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L’INTERVISTA: Il Ruolo genitoriale nella società del pluralismo

È stato meglio nascere o non essere mai venuti al mondo?. I padri di oggi dovrebbero riuscire a rispondere a questa domanda, cruciale per i loro figli. In un tempo di esodo, dove la promessa di una “buona vita” sembra ancora lontana, i padri possono impegnarsi a costruire, con la propria vita, una testimonianza di un mondo diverso, basato non più sull’utile, ma sulla condivisione. E’ la prospettiva che Ivo Lizzola, (docente di pedagogia della marginalità e della devianza all’Università di Bergamo) ha presentato nel giorno della “Festa del papà” (19 marzo) in una delle edizioni della “Cattedra del confronto” organizzata dall’Ufficio cultura della diocesi di Trento.

D. Quando si parla di genitori oggi sembra che la figura materna goda di ottima salute, mentre quella paterna fa più fatica ed è alla ricerca di nuove identità. A Lizzola abbiamo chiesto cosa vede all’orizzonte per i papà?

R. Ultimamente sono affascinato dalla ricerca di alcuni padri all’interno delle loro biografie in questa stagione difficile. C’è un ridefinirsi profondo della figura paterna, molto promettente. Cercare una nuova definizione di padre nell’età dell’incertezza e fragilità chiede di ripensare con serietà il rapporto con il futuro. Ricordo il mio di rapporto con il padre, quello tipico delle famiglie di immigrati: il futuro si prospettava come sacrificio per ottenere una eredità. Il dono più grande della vita era una casa. I padri di oggi non possono assicurare il futuro ai propri figli: devono tenerlo aperto, ripulirlo dalle scorie dei pregiudizi o della ragioni poco responsabili, perché utilitaristiche e regionali. Il futuro possono anticiparlo nelle forme di una vita testimoniale, di partecipazione, di condivisione. Come un augurio pratico di futuro da consegnare ai figli.

D. Questo lo si può dire in generale di qualsiasi persona adulta?

R. Essere padre per un uomo oggi è un richiamo tutto particolare al suo essere uomo e diventare persona. Il ridisegno delle paternità è nella forma del lascito, non della eredità. Non devono abdicare al futuro, ma comunque prepararlo. Essere consapevoli che i figli vanno consegnati alla vita, lasciati essere. Potrebbe portare i padri ad un nuovo gioco della loro autorevolezza nei termini di una testimonianza: se sarà accolta dipenderà dalla libertà dei figli. Ai padri spetta di dare l’evidenza che valeva la pena nascere, piuttosto che non nascere. Questa domanda non sarebbe mai venuta in mente ai giovani della mia generazione e i nostri padri non se la sono mai sentita fare. I nostri figli se lo chiedono. In questo tempo di esodo in cui la promessa di “vita buona” non ha ancora preso figura, una via di uscita si preannuncia dentro alcune famiglie, in gesti simbolici. Un padre, ma anche una madre, deve vivere facendo capire che è valsa la pena nascere: mostrare, vivendo, un vivere intenso e generativo che “vale la pena che procura”. Perché il confronto con il limite e il fallimento c’è sempre: non sono credibili quei padri che vogliono proporsi come modelli, con i loro successi e carriere. Diventano autorevoli se sono capaci di rideclinare la propria vita quando arriva un cambiamento radicale: una migrazione, un compito di cura, un problema professionale. Questi nuovi padri li vedo soprattutto negli ambienti della marginalità, del carcere, dove lavoro da tempo.

D. Proprio a proposito di situazioni di cambiamento: quando in una famiglia c’è una separazione i figli, di default, dai giudici, vengono affidati prevalentemente alle madri, tranne casi cari. Perché ancora prevale l’idea che una madre sia indispensabile per la crescita dei figli, mentre un padre è “aggiuntivo”?

R. Sono interessanti le controtendenze: crescono gli affidi congiunti. C’è una attenzione maggiore alle storie particolari mentre si sta contenendo la lettura tradizionale. Dall’alltra parte penso, con Bruno Bettelheim che un bambino abbia bisogno di un adulto con cui giocare, ma ancora di più di due adulti, diversi, che giochino con lui e tra loro. Oggi le famiglie monogenitoriali, dove nella maggior parte dei casi c’è solo una madre come adulto, sono la maggioranza. Il padre si “tira via” facilmente. Non sempre ne consegue che i percorsi dei bambini siano sofferti, perché magari si ricrea un gioco di paternità e maternità abbastanza ricco attorno ai piccoli e agli adolescenti. Ma c’è bisogno di adulti, padri, significativi, di differenze responsabili tra adulti.

D. In ogni caso, a suo avviso, al netto della autorevolezza, un padre deve assumere atteggiamenti affettivamente più materni?

R. Riflettevo in questi giorni sulla morte di due padri: uno è Davide Astori, il calciatore a cui veniva data autorevolezza per la sua mitezza, l’altro è quel papà senegalese, Idy Diene, ucciso da un pazzo, descritto come tenerissimo dai propri figli che si stava piegando a fare lavori molto umili con grande dignità. Due padri che stavano interpretando un ruolo sociale dove si provava a tenere con forza alcuni valori come la lealtà, la non durezza, la forza nell’affrontare le prove. Uomini che sanno attraversare e tener dentro anche la fragilità.

D. Sulla retorica del Padre le religioni hanno giocato molto in passato. Tornerà questo bisogno di un padre autoritario?

R. Credo sia un bene che sia declinato il Padre autoritario per dare spazio a un Dio misericordioso che ti perdona in modo esigente, perché ti chiede di diventare responsabile per tuo fratello. Oggi la grande questione non è più quella della libertà o dell’uguaglianza, ma della fraternità: riscoprirci tutti figli destinati ad un legame tra diversi.

Che ne pensa della possibilità, moderna, tecnologica, di figli con due padri o due madri?

R. Il problema emerge oggi perché le reti di relazioni tra le famiglie sono rarefatte. Se fossimo ancora al tempo delle cascine di campagna, dove i figli restavano solo con donne o solo con uomini, non ci penseremmo. Credo che sia importante la presenza del c

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