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“ORMAI SEI GRANDE” Il senso della solitudine degli studenti in età adolescenziale /2

Gli adulti pongono poca attenzione al malessere giovanile, un po’perché viene attraversato da quasi tutti e quindi viene considerato superabile, un po’perché presi dal fare quotidiano è difficile rendersi conto dei segnali mandati dai giovani. Si pensa ancora troppo spesso che se una persona ha un problema prima o poi lo rivelerà, ma molto spesso capita che i ragazzi non riescano a spiegare cosa gli sta succedendo, per paura di deludere o di far preoccupare chi sta loro vicino. Altre volte invece i ragazzi lamentano un malessere che non sanno decifrare o sono spesso arrabbiati, scontrosi, allontanando chi prova a supportarli. Gli adulti provano, chiedono, ma spesso si arrendono perché convinti che non far mancare nulla su un piano materiale/protettivo, sia sufficiente per nutrire e far germogliare ciò a cui più tengono, i loro figli, nipoti o studenti. Quando i ragazzi provano a rivelare il loro malessere spesso involontariamente viene incrementato in loro un potente senso di colpa, scaturito da frasi quali: “ma di cosa non sei contento/a che hai tutto” “ai miei tempi i genitori neanche ti guardavano” “quando andavo a scuola io non c’era nemmeno il coraggio di guardare il professore, figurarsi rispondere!”. Davanti a queste frasi l’unica alternativa per i giovani sembra essere quella di doversi chiudere a riccio, isolandosi nella loro musica o facendosi ipnotizzare da smartphone e mondo web. Chissà se dentro quei mondi paralleli, fatti di amici e sconosciuti, potranno trovare qualcuno in grado di ascoltarli. Spesso anche solo una canzone è loro utile per sentirsi compresi. La musica, con la sua potenza empatica, anticipa e comprende i loro vissuti, talvolta riuscendo a dare una spinta per uscire da un brutto momento. Le lunghe telefonate con amici, le infinite chat con persone conosciute nel web sembrano spesso essere l’unica via di fuga da un dolore che non si riesce a trattare. Cosa capita però quando la musica non basta e il mondo degli adulti non coglie i segnali lanciati dai ragazzi? Partirei con il sottolineare che con sintomi di malessere psichico/emotivo non si intende necessariamente qualcosa di evidente o grave, bensì potrebbe essere semplicemente l’andamento scolastico diminuito, l’assenza di amici o il disinteresse verso nuove esperienze. Per fare maggior chiarezza, torna utile la tabella riassuntiva posta a lato, nella quale l’espressione della sofferenza viene suddivisa in due modalità: Internalizzata, quando è difficile che il malessere sia visibile e concretizzato all’esterno. Esternalizzata, quando osservando comportamenti e segni visibili è possibile notare il disagio. Nonostante molto spesso creino più preoccupazioni i sintomi tipici della sofferenza esternalizzata, dobbiamo notare che in realtà questa modalità permette almeno di cogliere il malessere. Questi segnali sono infatti un “grido d’aiuto” con cui un giovane palesa la sua sofferenza, ma ciò non vuol dire che il loro stare male sia cominciato con l’inizio dei sintomi. I sintomi non sono nient’altro che campanelli d’allarme per un dolore che è nato dall’interno e che sta cercando di rendersi visibile per poter poi essere superato. La vera attenzione andrebbe posta quindi ai sintomi internalizzati perché in quel caso significa che il giovane è così in difficoltà da non confidare nemmeno sull’aiuto esterno. Per concludere possiamo quindi mettere a fuoco che i giovani, a modo loro, lanciano al mondo degli adulti dei segnali, un po’come Pollicino lasciava a terra dei pezzetti di pane per non perdersi. A noi “grandi” spetta il compito di cogliere questi stimoli, per impedire che il ragazzo/la ragazza, non siano obbligati ad “alzare il tiro”, ossia ad aumentare la gravità dei sintomi pur di essere visti ed aiutati. Come ultima cosa sottolineerei che i giovani, così come i bambini, non chiedono esplicitamente aiuto, sta a noi osservare ed aiutare.

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