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“ORMAI SEI GRANDE”. Il senso di solitudine in età adolescenziale/1

Quando si è adulti si ricordano gli anni giovanili con malinconia e un briciolo d’invidia per chi li sta vivendo nel presente, ma riflettendo un attimo in più, gli anni che sembrano più mancare sono quelli della giovinezza compresa tra i 20 e i 30 anni, non di certo l’età adolescenziale. In molti ricordano l’adolescenza come un periodo confuso, con sensazioni di leggerezza alternate a momenti di crisi esistenziale dove, definire chi si è e verso dove si vuole procedere, è sicuramente l’impresa più ardua. Confusione è la parola d’ordine dell’età compresa tra i 13 e i 19 anni, alla quale ci si prepara tramite altrettanti momenti di incertezza che caratterizzano la pubertà tra i 10 e i 12-13 anni. Questa età è così complessa perché caratterizzata da un cambiamento che oserei definire netto. Due sono gli obiettivi di questa metamorfosi: la trasformazione del corpo grazie alla pubertà e la costituzione di un’identità personale negli anni adolescenziali. Formare la propria identità personale, scopo di certo non semplice, eppure i ragazzi molti volte vengono lasciati a sé stessi perché considerati quasi del tutto autonomi. Certamente oramai sanno fare quasi tutto sul versante pratico, ma da un punto di vista emotivo e cognitivo sono ancora in piena formazione e ripeto confusione. Si pongono mille interrogativi, si sentono poco validi rispetto ad ogni aspetto personale, non comprendono perché un tempo fossero in armonia con chiunque mentre ora si sentono così spesso arrabbiati, valutano tutto con criticità, non concedendo errori a chi sta loro vicino, ma soprattutto a sé stessi ed infine, sono spesso avvolti da una bolla di tristezza di cui non riescono a capacitarsi. La sofferenza che in molti a questa età provano non viene scaturita da un qualcosa di necessariamente drammatico, ma semplicemente è costituita da quel “mal di vivere”, quel senso di fatica e quel dolore umani che sono espressi magistralmente da Eugenio Montale. Quest’autore viene fatto studiare agli adolescenti, a cui viene richiesto di trattare con profondità i concetti espressi in questa poesia, ma non viene colto che il modo di approcciarsi a certi concetti da parte dei ragazzi è proprio il medesimo che propone il poeta per uscire da questo vivere, ossia una “divina Indifferenza”. Con tale concetto Montale vuole deificare il distacco e la freddezza, quasi a volerci dire che davanti ad alcune problematiche l’unica soluzione sia quella di proseguire senza farsi toccare nel profondo. Senza rendercene conto questo è il metodo che più viene utilizzato dal mondo adulto quando i giovani esprimono il loro sentire. Chiediamo loro profondità, dialogo, comunicazione in casa, ma non siamo disposti come adulti a stare in ascolto, senza anticipare, senza giudicare ciò che loro sentono. Vorremmo avere ricche conversazioni, ma pur non volendo, non riusciamo a reggere il sentire altrui, che viene sminuito con frasi alleggerenti quali “è un periodo e poi passa”, “sei giovane non dovresti farti questi problemi”, “fatti scivolare addosso la cosa”, “non farti paranoie”, e molte altro. Se un ragazzo vicino a noi non parla, non si smuove dal telefono, non è partecipativo in classe, quello che dovremmo fare non è spronarlo facendogli notare che non si sta mettendo sufficientemente in gioco o che un cambiamento del genere non ce lo saremmo aspettati da lui/lei, bensì sarebbe più indicato porre delle semplici domande a noi stessi: che adolescente sono stato io? quali erano gli aspetti che mi confondevano? cosa avrei voluto sentirmi dire a quel tempo? Nella maggioranza dei casi si potrebbe scoprire che l’unica cosa desiderabile oggi, come all’epoca, è la certezza della presenza, il silenzio dell’accettazione, la sicurezza di un abbraccio. Gli adulti pongono poca attenzione a tutto ciò perché convinti che non far mancare nulla su un piano materiale/protettivo, sia sufficiente per nutrire e far germogliare i loro giovani animi. Quando i ragazzi provano a rivelare il loro malessere viene incrementato un potente senso di colpa, scaturito da frasi quali: “ma di cose non sei contento/a che hai tutto” “ai miei tempi i genitori neanche ti guardavano” “quando andavo a scuola io non si aveva nemmeno il coraggio di guardare il professore, figurarsi rispondere!”. Davanti queste frasi l’unica alternativa per i giovani sembra essere quella di doversi chiudere a riccio, isolandosi nella loro musica o facendosi ipnotizzare da smartphone e mondo web. Chissà se dentro quei mondi paralleli, fatti di amici e sconosciuti, potranno trovare qualcuno in grado di ascoltarli. Spesso anche solo una canzone è loro utile per sentirsi compresi. La musica, con la sua potenza empatica, anticipa e comprende i loro vissuti, talvolta riuscendo anche a dare una spinta per uscire da un brutto momento. Le lunghe telefonate con amici, le infinite chat con persone conosciute nel web sembrano spesso essere l’unica via di fuga da un dolore che non riesce ad uscire.

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