Violenza giovanile: urge potenziare il patto educativo tra scuola e famiglia
- Domenico Pisana

- 12 gen
- Tempo di lettura: 3 min

Il clima di tensione, l’odio e i fatti di violenza che stanno caratterizzando lo scenario del nostro Paese non possono non tormentare le nostre coscienze di cittadini, né non indurci ad una riflessione. Alla violenza fisica si sta sempre più aggiungendo la violenza verbale, psicologica e mediatica, la violenza delle immagini, la violenza delle parole utilizzata anche da semplici cittadini quando scrivono i loro commenti sui blog, arrivando anche a giustificare il clima di terrore, di odio e di conflitto delle nostre città. Se a questi accadimenti aggiungiamo la strumentalizzazione ideologica della realtà che continua ad alimentare la cultura dell’inimicizia, il quadro diventa ancora più complesso e problematico. E quando parliamo di strumentalizzazione non ci riferiamo a qualcuno in particolare ma ad ognuno “proprio perché – direbbe il buon Leonardo Sciascia – nessuno è al di sopra di ogni sospetto”.
La violenza e l’odio non ammettono se né ma. Sono inaccettabili e basta. E qui entra in campo il ruolo della scuola, che non è solo il luogo in cui si trasmettono nozioni, ma è il principale laboratorio sociale in cui i giovani imparano a relazionarsi con l'altro. Nel 2026, il dibattito sul ruolo delle istituzioni educative si è fatto ancora più centrale, riconoscendo alla scuola un compito preventivo fondamentale: decostruire la cultura della violenza prima che questa si manifesti, potenziando un’educazione affettiva e relazionale. Molti episodi di violenza giovanilscaturiscono dall’incapacità di gestire le proprie emozioni (rabbia, frustrazione, rifiuto). La scuola è chiamata ad introdurre percorsi strutturati che non sono più ‘extra-curriculari’ ma parte integrante del percorso di crescita: insegnare ai ragazzi a dare un nome a ciò che provano; promuovere il dialogo e la mediazione invece della sopraffazione; educare al rispetto dei confini altrui, fisici e psicologici.
In questa direzione anche il ruolo dell’insegnante di religione cattolica è di grande importanza, perché ha la particolarità di poter parlare alla sfera interiore dello studente; mentre il diritto insegna che la violenza è un reato, l’educazione ai valori insegnata nell’IRC suggerisce che la violenza è una ferita alla dignità umana, offrendo una bussola morale in un mondo spesso privo di punti di riferimento certi. L’IRC, in questa direzione, è una disciplina che, nel patto educativo, agisce come un collante etico che rafforza il senso di responsabilità individuale verso la comunità. Nessuna azione scolastica può essere tuttavia efficace se non è sostenuta dal contesto familiare. Il patto di corresponsabilità, in tal senso, è lo strumento che lega docenti e genitori. Se a scuola si insegna il rispetto ma a casa si assiste a modelli violenti, il giovane vive un conflitto identitario, ragion per cui è importante creare spazi in cui i genitori possano confrontarsi sulle sfide educative dei figli con l’obiettivo di incrementare una collaborazione che permetta di intervenire ai primi segnali di isolamento o aggressività di un alunno. La violenza giovanile non è un evento isolato, ma il risultato di un processo; la scuola ha il potere unico di interrompere questo processo trasformando la passività in partecipazione e l’indifferenza in cura.
Nessuna azione scolastica è efficace se non sostenuta dal contesto familiare. Il patto di corresponsabilità lega docenti e genitori. Se a scuola si insegna il rispetto ma a casa si assiste a modelli violenti, la nuova generazione vive un conflitto identitario. Importante creare spazi in cui i genitori possano confrontarsi sulle sfide educative dei figli per incrementare una collaborazione che intervenga ai primi segnali di isolamento o aggressività dei giovani.



