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Paolo Borsellino: un uomo, un magistrato, un cercatore di verità. La sua lotta diventi lotta di cias

Il 19 luglio ricorrono i trent’anni dalla strage di via D’Amelio nella quale venne ucciso il giudice Paolo Borsellino, un uomo, un magistrato, un servitore dello Stato che con la sua vita e la sua morte ha inesorabilmente cambiato la storia del nostro Paese, la storia della nostra Sicilia. Nato a Palermo, nell’antico quartiere della Kalsa, il 19 gennaio 1940 da una famiglia di farmacisti, nel 1962, a soli ventidue anni, si laurea con lode in giurisprudenza e l’anno successivo vince il concorso in magistratura divenendo il più giovane magistrato d’Italia. Nel 1965 ricopre il ruolo di uditore giudiziario presso il Tribunale civile di Enna, due anni dopo è nominato pretore di Mazara del Vallo e successivamente di Monreale dove, insieme al capitano dell’Arma dei Carabinieri Emanuele Basile, investiga sui rapporti tra i clan mafiosi del luogo. Nell’anno 1975 viene trasferito presso l’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, qui segue le indagini sull’omicidio del capo della squadra mobile palermitana Boris Giuliano, sempre coadiuvato dal capitano Basile che viene, a sua volta, ucciso da Cosa Nostra la notte del 4 maggio 1980.

In questo periodo Paolo Borsellino instaura un profondo legame umano e professionale con il giudice Rocco Chinnici, capo dell’Ufficio istruzione, il quale comprende l’importanza del lavoro di squadra e crea il primo pool antimafia, un gruppo di giudici istruttori esclusivamente impegnati nella trattazione di reati di carattere mafioso.

In seguito all’uccisione del giudice Chinnici, assassinato con un autobomba il 29 luglio 1983, è nominato capo dell’Ufficio istruzione Antonino Caponnetto che, comprendendo l’importanza dello scambio di informazioni, le potenzialità del coordinamento delle indagini e l’efficacia della formazione di una conoscenza condivisa, amplia e potenzia il pool antimafia costituito oltre che da Paolo Borsellino, anche da Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta.

Il generale miglioramento delle capacità investigative, anche sotto il profilo degli accertamenti bancari e patrimoniali e le dichiarazioni dei primi collaboratori di giustizia, determinano, nel febbraio del 1986, l’istituzione del maxi processo di Palermo che, infliggendo un durissimo colpo a Cosa Nostra, si conclude il 16 dicembre 1987 con 342 condanne e 19 ergastoli.


Il giudice Borsellino, definita la monumentale istruttoria del maxiprocesso, chiede il trasferimento presso la Procura della Repubblica di Marsala e nel 1992, in seguito al commiato di Caponnetto dall’Ufficio istruzione  ed al trasferimento di Giovanni Falcone a Roma quale direttore degli affari penali del Ministero di Grazia e Giustizia, ritorna a Palermo nel ruolo di procuratore aggiunto, per coordinare l’attività distrettuale antimafia.

La morte dell’amico e collega Giovanni Falcone, assassinato nella strage di Capaci il 23 Maggio 1992 lo addolora profondamente, tuttavia pur consapevole di essere il prossimo obiettivo di Cosa Nostra, prosegue il suo lavoro investigativo con la forza, la determinazione, l’impegno e la dedizione che lo hanno sempre contraddistinto professionalmente e come uomo.

Il 25 giugno, nell’ atrio della biblioteca di Casa Professa, in occasione di quello che sarà il suo ultimo discorso in onore del giudice Giovanni Falcone, Borsellino afferma che: «se la mafia è un’istituzione antistato che attira consensi perché ritenuta più efficace dello Stato, è compito della scuola rovesciare questo processo perverso, formando i giovani alla cultura dello Stato e delle istituzioni».

La domenica del 19 luglio 1992 Paolo Borsellino, alle prime luci dell’alba, scrive una lettera agli studenti di un Istituto di Padova che doveva incontrare in occasione di un convegno sulla mafia al quale non riuscì a presenziare, risponde alle loro domande con consapevolezza e trasparenza; nel pomeriggio recatosi presso l’abitazione della madre, in via D’Amelio un auto carica di tritolo viene fatta esplodere: muore il giudice Paolo Borsellino e con lui, nell’ultimo disperato tentativo di proteggerlo, perdono la vita Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, gli agenti della sua scorta.

Antonino Caponnetto, giunto sul luogo della strage, in preda allo sconforto si abbandona alla disperazione, è la resa di uno Stato apparentemente sopraffatto dalla violenza; ma in occasione del funerale, al quale partecipa una folla di diecimila persone, lo stesso magistrato, animato da sentimenti di rinnovata speranza, afferma:«Caro Paolo, la lotta che hai sostenuto dovrà diventare e diventerà la lotta di ciascuno di noi».

Lo scrittore catanese Alfio Caruso nel suo libro “I Siciliani” annovera Paolo Borsellino nella sezione “I devoti di un dio minore” asserendo che:«sulla sponda del diritto e sulla sponda del sopruso si sono spesso fronteggiati appartenenti a una storia comune. Volti conosciuti, volti amati, volti di ragazzi assieme ai quali si sono condivisi gli sbadigli in classe, le gite dell’oratorio, le partite di pallone sulla spiaggia vicino al mare dell’innocenza. Tutti proiettati verso un immancabile destino di gioia. Molti sono andati a morire per l’ansia di mostrarlo. Ci si fa ammazzare dalla mafia per gli stessi motivi per cui la mafia ammazza. I camposanti sono pieni di siciliani uccisi per non essersi lasciati incantare dal clima, dal mare, dal sole, dagli amori, dagli odori, dagli “uomini di rispetto”, dagli “sperti e malandrini”, dai gattopardi, dai galantuomini, dai compari. I migliori della generazione che pensava di sconfiggere la mafia, sono finiti sotto una croce per testimoniare che esiste un’altra Sicilia, che questa Sicilia non si arrende e mai si arrenderà, che ci sarà sempre una voce libera pronta ad alzarsi contro l’assuefazione al peggio, contro il ributtante imbroglio dell’ “onorata società”».

Le parole del saggista Caruso risuonano come un monito e richiamano alla responsabilità civile tutti gli organi istituzionali di formazione ed in particolar modo la scuola che deve sentire forte dentro di sé il dovere di promuovere la memoria storica e la cultura democratica educando alla legalità le giovani generazioni, formando coscienze consapevoli e voci libere che con coraggio, orgoglio, convinzione e dignità si alzano forti per custodire i valori testimoniati con la vita da Paolo Borsellino e da tutti colori i quali sono morti come “figli di un dio minore”, lottando per una Sicilia, per un Paese, per una società libera dalle violenze quotidiane, dalla mafia e da ogni forma di correità, connivenza e corruzione.

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