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Cura e spiritualità tra medicina e bioetica

Ne parliamo con il bioeticista Sandro Spinsanti, già docente nell’Università Cattolica di Roma

Pillole, parole e fiducia sono i tre pilastri su cui rifondare il rapporto di cura. Ma è necessaria una spiritualità più incarnata e rispettosa degli equilibri della terra. A sostenerlo è Sandro Spinsanti che assieme al giurista Simone Penasa e al medico Loreta Rocchetti ha partecipato ad un seminario dal titolo “Sulla terra in punta di piedi: cura e spiritualità” organizzato dal Centro per le scienze religiose della Fondazione Bruno Kessler venerdì 8 aprile scorso. Spinsanti è psicologo e bioeticista. Ha insegnato etica medica nella Facoltà di medicina dell’Università Cattolica di Roma e bioetica nell’Università di Firenze. Da poco ha pubblicato il saggio “Sulla terra in punta di piedi. La dimensione spirituale della cura” (il Pensiero scientifico editore) Per Spinsanti le parole che girano intorno al concetto di spiritualità sono spesso fuorvianti. A volte portano fuori strada: con la spiritualità si evocano idee come la sopravvivenza in un’altra vita, o il dualismo anima – corpo. Infine quando “i giorni stanno finendo” ci si concentra su l’anima con un mondo di immagini scontate che rafforzano un’idea di spiritualità astratta.

A Spinsanti abbiamo chiesto quale immagine invece rappresenta il suo concetto di spiritualità. Il nostro essere corporei ovvero terrestri: la spiritualità ha a che fare con l’essere sulla terra. Con una connotazione, anch’essa rappresentabile con una immagine: sulla punta dei piedi. A questa raffigurazione è legata quella dell’”homo erectus”, il sapiens che cammina sulla terra e si è alzato, da cui deriva però l’oppressione, il dominio sulla terra e sulla vita stessa. Ce ne rendiamo conto man mano che l’evoluzione ha portato ad una crisi di sopravvivenza, alla perdita di armonia con la natura di cui la pandemia è stata solo il detonatore. Lei propone quindi una visione olistica dell’uomo: non una parte materiale e una spirituale dall’altra, ma un’unica realtà “terrestre”. Ma il dualismo a suo avviso è scomparso o in un certo modo di intendere l’approccio scientifico all’uomo, resiste ancora? Dobbiamo intenderci appunto su l’idea di scienza: ci sono scienze riduzionistiche e scienze della complessità. La visione dualista che è stata fatta propria dalla Chiesa anche in termini teologici ed ha svolto un ruolo nella diffusione della disarmonia. Proprio il magistero di papa Francesco nelle sue recenti encicliche, ha portato l’attenzione su un aspetto il papa ha espresso in modo efficace: “pensavamo di essere sani su una terra malata”. Ma la malattia è proprio il dualismo, lo sfruttamento e il dominio della terra. La visione complessa rimette in discussione il dualismo che autorizzava l’uomo a comportarsi come padrone della terra. Le impronte dell’uomo sulla terra sono ormai indelebili? Noi consumatori seriali, sfruttatori delle risorse della terra, lasciamo un’impronta ecologica non più gestibile. Ci sta portando alla rovina: se continuiamo a pestare così la terra non c’è futuro per noi. Per questo dobbiamo alzarci in punta di piedi per rendere più leggera l’impronta ecologica. Consumare diversamente è un modo per vivere una spiritualità diversa. Qual è la lezione che la pandemia ci sta lasciando? La pandemia è stata di fatto una emergenza, ma proviamo a riflettere sul termine emergenza. Da una parte ovviamente si evoca una situazione in cui dobbiamo “correre ai ripari”. Finita l’emergenza si torna alla normalità. Questa connotazione è molto pericolosa: l’emergenza infatti può significare far affiorare qualcosa che c’era, ma in modo nascosto. Certamente è questa l’accezione di emergenza da privilegiare: la crisi l’avevamo di fronte agli occhi. Il mondo è malato, ma in realtà questa malattia c’era già: il nostro rapporto sbagliato con la natura. Basti pensare alla gestione sanitaria: ci siamo resi conto dei nostri errori quando è emersa una sanità “ospedalocentrica” che trascura i servizi territoriali e domiciliari. La normalità dopo l’emergenza non è di certo tornare a quel modello di sanità. C’è anche un modello di medicina da rivedere? Certamente: esiste una medicina “sordomuta”, incapace di ascoltare e di parlare. Questa medicina ripara degli organi, ma non coltiva le relazioni. Non ci vogliono solo farmaci e respiratori, ma anche tempo, pazienza e costanza per relazionarsi personalmente. La spiritualità nella cura è proprio una richiesta di rapporto interpersonale. Ma il personale medico è attrezzato per questo tipo di cura? L’attenzione di solito è sul versante della medicina scientifica, per altro totalmente necessaria. Ma a mio avviso per la cura sono necessarie tre cose: pillole, parole e rapporti di fiducia. Queste tre realtà sono le tre gambe di un tavolo treppiede: se viene meno una delle tre il tavolo non sta in piedi. Dal punto di vista delle pillole, cioè le tecniche, noi abbiamo una medicina fantastica, mai avuta prima. Ma sulle parole abbiamo cominciato a puntare grazie alla bioetica. Oggi ci rendiamo conto in maniera allarmante che sta crollando il rapporto di fiducia. Qualsiasi siano le riserve di pillole e parole il sistema non sta in piedi senza fiducia. Dobbiamo inventare una diversa fiducia, su basi diverse e non su una presunta autorità indiscussa dei medici.

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