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IRC ed etica. Non chiamate male il bene e bene il male!

Fare il bene ed evitare il male è uno dei principi che l’uomo di ogni tempo ha portato sempre dentro di sé: si tratta di un principio non di carattere esclusivamente individuale, ma con riflessi anche nel tessuto sociale. Oggi, però, bene e male sembrano essere divenuti interscambiabili, tant’è che i vescovi italiani nel documento “Comunicare il vangelo in un mondo che cambia” scrivono che “è diventato difficile perfino parlare dell’idea del bene, come di quella del male, senza suscitare non tanto reazioni, quanto molto più semplicemente una forte incomprensione”(n. 42). Le difficoltà, tuttavia, non possono indurre a sorvolare la domanda: Ma cos’è il bene e cos’è il male? è una domanda che l’uomo si pone quando deve scegliere o decidere, perché in realtà noi non conosciamo il bene e il male; l’uomo conosce l’amore, l’amicizia, il progresso, ma anche la solitudine, la malattia, l’ingiustizia, la fame: “bene e “male” costituiscono gli orizzonti dentro i quali egli colloca queste realtà. Sin dalle origini la conoscenza del bene e del male è stato il desiderio dell’uomo, e le prime pagine della Genesi nonché i miti sulle origini presenti in molte religioni ci dicono che proprio un “frutto” sia stato proibito all’uomo, e precisamente quello della “conoscenza del bene e del male”. L’uomo anche quando condivide dei valori che definisce “bene”, vive sempre il problema di non riuscire ad essere coerente con questi valori e a tradurli in scelte “più o meno” giuste”; ciò spiega perché tante volte in nome degli stessi valori ci si fa la guerra e si uccide; in nome dello stesso Dio si compiono scelte opposte, in nome di valori più grandi si sacrificano valori più piccoli. Dunque, come si può evincere, all’uomo di ogni tempo rimane il problema, nonostante la condivisione e la scelta di certi valori, di non sapere con certezza cosa è bene e cosa è male; pur tuttavia, proprio in questo “non sapere” trovano senso e significato la libertà e la responsabilità delle decisioni. Di fronte a questa verità, e cioè che il potere di decidere ciò che e bene e ciò che è male appartiene solo a Dio, bisogna dire che la riflessione educativa su questa problematica non può consistere nella presentazione di proposte moralistiche, quanto piuttosto nell’invito all’assunzione di consapevolezza del fatto che la rivelazione biblica non dà delle prescrizioni normative per ogni singola scelta da fare, ma indica la “direzione” giusta verso cui camminare per non essere in contrasto con la volontà di Dio: “In realtà il Signore ha insegnato agli uomini quel che è bene, quel che esige da noi: praticare la giustizia, ricercare la bontà e vivere con umiltà davanti al nostro Dio”(Mic. 6,8). Orizzonti biblici del bene e male La coscienza cristiana di oggi ha il compito non tanto di andare a ricercare delle norme nella Bibbia circa il buon e cattivo comportamento, quanto di porsi degli interrogativi esistenziali del tipo: quale è il vero bene per la fede cristiana? Cosa vuol dire fare il bene di qualcuno? Da dove nasce il bisogno di volersi bene? è giusto voler bene a se stessi? E ancora: da dove viene il male? Esiste uno spirito del male? Se Dio è buono perché esiste il male? Perché l’uomo, per usare le parole di San Paolo, non compie il bene che vuole, ma fa il male che non vuole? Su questi interrogativi il cristiano del nostro tempo trova indicazioni illuminanti nella rivelazione biblica. Nella Scrittura è estremamente chiaro, infatti, che il bene non è un insieme di cose da fare, ma la vita vissuta in pienezza, è l’amore che unisce le persone tra loro e con Dio, è la felicità a cui l’uomo aspira. In altre parole, dal pensiero biblico emerge che il bene più grande è la vita, per cui fare il bene non è altro che entrare nella prospettiva di una collaborazione attiva con Dio nell’opera della creazione ; Dio, infatti, desidera il bene dell’uomo, bene che consiste nella sua piena riuscita a livello personale e sul piano delle relazioni con il suo prossimo; il dato biblico offre al credente la visione del bene massimo, che è l’amore per gli altri, che è dare più che ricevere, come Gesù che ha rinunciato alla sua vita per il bene di tutta l’umanità.

Dunque, in questo orizzonte che la Bibbia ci apre sul concetto del bene, il cristiano del nostro tempo deve inserire tutte le sue scelte, decisioni ed azioni; il suo agire può dirsi improntato alla ricerca del bene solo se trova radicamento in questa prospettiva. Anche sul male la riflessione biblica dà indicazioni illuminanti: il male non è , come nelle religioni antiche, una punizione divina per le colpe dell’uomo, ma la conseguenza dell’agire sbagliato, delle scelte negative che l’uomo, proprio in quanto creatura libera, può compiere quotidianamente. Pertanto, tutte le azioni o le situazioni che impediscono la felicità dell’uomo, quali egoismo, chiusura, solitudine , ingiustizie costituiscono il male che deturpa la vita; e il male non è certo solo di carattere morale, in quanto frutto della cattiva volontà, ma anche fisico quando colpisce il corpo proprio per i limiti della nostra natura, e sociale quando le strutture economiche e politiche agiscono in modo sbagliato penalizzando ingiustamente i più deboli. La coscienza cristiana, in ogni caso, deve avere la consapevolezza e la certezza che alla fine saranno il bene e la vita a prevalere sul male e sulla morte.

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