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La salvaguardia dell’ambiente: un obiettivo educativo indispensabile nell’attività didattica

Il 22 aprile si celebra la Giornata della Terra. È una data simbolica scelta per ricordare l’importanza della salute del nostro pianeta; tuttavia, quello che in realtà ci rammenta è che abbiamo avuto bisogno di sancire un giorno speciale per risvegliare le coscienze. Di fronte ai danni causati dall’uomo e al malessere della Terra, è difficile nascondere il biasimo nei confronti di un mondo che in nome del progresso e della tecnologia ha provocato gravissimi danni ambientali. Ci si interroga sul prezzo pagato dalla natura per le comodità di cui tutti beneficiamo. Si cerca di recuperare un equilibrio che altri, ben prima di noi uomini “evoluti”, avevano compreso. «La terra non appartiene all’uomo, bensì è l’uomo che appartiene alla terra. Questo noi lo sappiamo. Tutte le cose sono legate fra loro come il sangue che unisce i membri della stessa famiglia. Tutte le cose sono legate fra loro. Tutto ciò che si fa per la terra lo si fa per i suoi figli. Non è l’uomo che ha tessuto le trame della vita: egli ne è soltanto un filo. Tutto ciò che egli fa alla trama lo fa a se stesso». Così si legge nella lettera che è stata attribuita a Capo Seattle, nativo americano vissuto più di un secolo fa. La distruzione degli ecosistemi e le conseguenze disastrose che ne derivano ci turbano e ci impongono una riflessione obbligata non tanto dal senso morale quanto dalle gravi ripercussioni che stiamo subendo. La realtà è che l’uomo moderno ha dimenticato il legame con la natura, ne ha perso di vista l’importanza fino a quando la Terra stessa non ha fatto udire il suo grido disperato di aiuto. Un richiamo che i giovani sentono con forza come hanno testimoniato l’attivismo di Greta Thunberg, ma anche quello meno mediatico di tanti ragazzi e ragazze che si uniscono ad associazioni che si occupano, per esempio, della pulizia delle spiagge, del mare o delle città. Quando si affrontano a scuola temi come quello della sostenibilità ambientale o dell’inquinamento spiegando a bambini e ragazzi gli obiettivi posti nell’Agenda 2030 è difficile non farsi colpire dalle loro riflessioni e domande. L’immagine di una Terra malata e ferita li disorienta soprattutto quando si rendono conto che non esistono medicamenti utili a sanare in fretta le lacerazioni. I danni perpetrati nel tempo sono pesanti e richiedono sforzi enormi che si scontrano con le logiche economiche, con lo sfacelo della guerra, con accordi di potere, con lo smaltimento criminale dei rifiuti dannosi… Il pianeta ci scuote e le giovani generazioni temono un futuro costellato di previsioni nefaste, di cambiamenti climatici, di stravolgimenti naturali… Il loro sguardo si posa su noi adulti, artefici più o meno consapevoli di tutto. Cosa fare, quindi, come educatori? Innanzitutto, nutrire le menti con quelle conoscenze indispensabili per avere un termometro reale della salute del pianeta, ma anche coltivare il rispetto verso l’ambiente e tutti gli esseri viventi. Riconoscere gli errori fatti deve essere una spinta per maturare una consapevolezza nuova, comportamenti e stili di vita di concreto rispetto della natura. Il punto di partenza è sempre dalle piccole cose che hanno però una grande valenza: gesti quotidiani di salvaguardia dell’ambiente e del mondo che ci circonda e di denuncia nei confronti di comportamenti sbagliati. Gesti che possiamo insegnare con le parole, ma soprattutto con il nostro esempio di uomini e donne abitanti del pianeta. Il messaggio da trasmettere ai nostri giovani studenti è che ciascuno può fare la differenza e determinare il cambiamento. Se ogni singolo individuo impegnasse le proprie forze nel raggiungimento di obiettivi comuni e condivisi, l’effetto potrebbe essere stupefacente. Così possiamo sperare che, come immaginato da Jean Giono nel meraviglioso racconto “L’uomo che piantava gli alberi”, la straordinaria forza dell’uomo possa davvero guarire la Terra: «Quando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese di Canaan, trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole. Ma, se metto in conto quanto c’è voluto in costanza nella grandezza d’animo e d’accanimento nella generosità per ottenere questo risultato, l’anima mi si riempie d’un enorme rispetto per quel vecchio contadino senza cultura che ha saputo portare a buon fine un’opera degna di Dio».

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