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AUTONOMIA DELLE REGIONI: QUALI CONSEGUENZE PER LA SCUOLA?

La scuola pubblica italiana è e deve restare una e indivisibile. Ne va della tenuta democratica e sociale del nostro Paese

Risale a febbraio 2019 la proposta avanzata dalle regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna di organizzare il sistema educativo secondo la disponibilità economica di ogni singola regione, sulla base delle previsioni contenute nell’art. 116 della Costituzione, modificato dalla riforma del Titolo V approvata nel 2001, che consente a ciascuna Regione ordinaria di negoziare particolari e specifiche condizioni di autonomia. L’obiettivo era quello di regionalizzare la scuola e l’intero sistema formativo tramite una vera e propria “secessione” delle regioni più ricche, prevedendo un sistema scolastico differenziato in materia di offerta formativa, trattamento economico del personale scolastico, criteri per la selezione del personale e dello scorrimento delle graduatorie.

Tale proposta, fortemente sostenuta dal ministro dell’istruzione, è stata oggi al centro della riunione della maggioranza governativa per la regionalizzazione del sistema nazionale di Istruzione.

Cosa prevede la proposta?

La regionalizzazione della scuola prevede la differenziazione dell’organizzazione della didattica, dello scorrimento delle graduatorie degli insegnanti e della loro retribuzione. In particolare, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna hanno chiesto di:

– differenziare la programmazione, l’offerta formativa e i percorsi di alternanza scuola-lavoro; – disciplinare autonomamente l’assegnazione di contributi alle istituzioni scolastiche paritarie; – regionalizzare i fondi statali per il diritto allo studio, anche universitario; – regionalizzare il trattamento economico del personale scolastico.

In altre parole, la proposta sembra voler creare sistemi scolastici differenziati, basati sulle risorse economiche delle singole Regioni e senza tener conto del principio dell’unitarietà dell’istruzione.

Quali conseguenze per la scuola?

Tra le conseguenze immediate della riforma si avranno inquadramenti contrattuali del personale su base regionale; retribuzioni, sistemi di reclutamento e di valutazione disuguali e percorsi educativi diversificati.

Di fatto, dal punto di vista culturale, verrebbero meno i principi fondanti della Costituzione che impegnano lo Stato ad assicurare un pari livello di formazione scolastica e di istruzione a tutti, con particolare attenzione alle aree territoriali con minori risorse disponibili e alle persone in condizioni di svantaggio economico e sociale.

Non si tratta di un semplice decentramento amministrativo: l’ipotesi che si fa strada è quella di un progetto di involuzione catastrofica che investirebbe l’intero sistema scolastico pregiudicando non solo l’unitarietà culturale e politica del sistema di istruzione e ricerca, ma l’intera tenuta unitaria del sistema nazionale, in un contesto nel quale già esistono forti squilibri fra aree territoriali e regionali.

Le parole del ministro Bussetti

Tra l’altro, le recenti dichiarazioni del ministro Bussetti sembrano ignorare quanto sottoscritto con i maggiori sindacati della Scuola e dell’Istruzione il 24 aprile 2019.

In quell’occasione, il Governo, e quindi lo stesso Bussetti, si è impegnato “a salvaguardare l’unità e l’identità culturale del sistema nazionale di istruzione e ricerca, garantendo un sistema di reclutamento uniforme, lo status giuridico di tutto il personale regolato dal Ccnl, e la tutela dell’unitarietà degli ordinamenti statali, dei curricoli e del sistema di governo delle istituzioni scolastiche autonome”.

L’Intesa siglata lo scorso 24 aprile tra sindacati e Governo parla chiaro: la scuola deve essere lasciata fuori dalla partita della regionalizzazione. Non si tratta di una semplice promessa ma di un impegno formale messo nero su bianco dopo una lunga ed estenuante trattativa durata una notte intera e sottoscritto da Conte e Bussetti.

Le ultime dichiarazioni del ministro fanno invece intendere che il suo modello si ispiri a quello del Trentino Alto Adige, dove risorse, orario, piano di studio, contratti di lavoro, mobilità, aggiornamento del personale docente e Ata, reclutamento dei dirigenti scolastici, non sono più nazionali. Un modello che sarebbe bene non imitare. Si vedano ad esempio a Bolzano le 220 ore annuali funzionali, gli arretrati del CCNL 2018 che non hanno ricevuto, del lavoro burocratico aumentato in maniera spropositata, il monte ore nell’infanzia di 33 ore, ecc.

La società civile pronta alla mobilitazione

Davanti a tale ipotesi, lo Snadir esprime un netto dissenso e una profonda indignazione, e auspica una mobilitazione ampia che non sia solo politica o sindacale, ma che chiami a raccolta l’intera comunità nazionale. Contrastare la regionalizzazione dell’istruzione in difesa del principio supremo dell’uguaglianza e dell’unità della Repubblica è per tutti noi un impegno e insieme un’opportunità.

La fumata nera con cui si è chiuso il vertice di ieri a Palazzo Chigi è per il momento un segno che accogliamo con soddisfazione, a dimostrazione del fatto che la strada della regionalizzazione sia del tutto impraticabile per il sistema di istruzione.

La scuola pubblica italiana è e deve restare una e indivisibile. Ne va della tenuta democratica e sociale del nostro Paese.

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