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Azzolina e la scuola trattata da Cenerentola

Il mese appena trascorso ha visto protagonisti le lavoratrici e i lavoratori precari della scuola impegnati in una vera e propria mobilitazione nazionale davanti alle Prefetture con presidi, flash mob e iniziative nel pieno rispetto delle misure di distanziamento.

Il coinvolgimento dei docenti è stato chiesto dalla nostra Federazione Gilda-Unams/Snadir, assieme agli altri sindacati della scuola (Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola Rua, Snals Confsal) dopo la decisione del Governo di avviare, in un contesto di emergenza sanitaria, lo svolgimento delle prove del concorso straordinario e, a seguire, di un maxi-concorso con oltre 500.000 candidati.

I rischi di un concorso di tale portata sono altissimi, si va dal possibile aumento dei contagi nelle scuole e alla possibilità che tanti precari, trovandosi eventualmente in situazione di contagio o di quarantena come effetto del lavoro che svolgono e che li espone a tali condizioni, siano esclusi dalla partecipazione al concorso. Inoltre, come sappiamo, questi concorsi non produrranno alcun effetto immediato in termini di assunzioni. Rischi e problemi condivisi anche da Massimo Galli, primario di Malattie infettive al Sacco di Milano.

I buchi di organico e le carenze strutturali sono di certo un problema evidente. Ma le soluzioni a tale problematica dovevano essere trovate prima che iniziasse l’anno scolastico, dal momento che il tempo per predisporre e distribuire le risorse aggiuntive non è mancato.

Anche Papa Francesco è tornato in settimana ad affrontare il tema dell’educazione. Lo ha fatto il 15 ottobre a Roma, alla Pontificia Università Lateranense con un videomessaggio che ha rilanciato un tema ricorrente del suo Pontificato, «educare è un atto di speranza».

Ed è proprio nell’impronta della speranza che le lavoratrici e i lavoratori precari della scuola hanno manifestato, mettendo al centro della giornata di mobilitazione tre richieste imprescindibili:

  1. stabilizzare tramite prova orale e valutazione di titoli i docenti con tre anni di servizio: l’unico modo per garantire in tempi brevi e certi la copertura delle cattedre e la continuità didattica.

  2. stabilizzare su sostegno tramite prova orale i docenti specializzati: personale già selezionato per garantire la continuità didattica agli alunni con disabilità

  3. avvio dei percorsi abilitanti a regime per tutti e in particolare per i docenti con 3 anni di servizio.

Chiaramente quando chiediamo per i docenti di altre discipline vale anche per i docenti precari con almeno 36 mesi di servizio che insegnano religione.

La buona riuscita delle iniziative è il primo passo perché si trovino le vie per realizzare una profonda unità e intesa, operando ricuciture forti sui valori ideali e sui bisogni culturali.

In questa fase di profondi cambiamenti è necessaria una maggiore coesione di tutte le forze in campo, rappresentative della categoria, affinché i docenti trovino dalla loro parte un’offerta di lavoro profondamente riformato con maggiori gratificazioni sia sul piano retributivo e sia su quello professionale.

Un altro punto importante su cui riflettere è quello della chiusura delle scuole.

Quando la ministra afferma che “i contagi non avvengono dentro le scuole. L’attenzione deve essere invece orientata fuori, alle attività extrascolastiche”, dice una verità e una sciocchezza. È vero i contagi avvengono fuori, ma è anche vero che una volta contagiati fuori, quanti si incontrano per entrare in classe – anche asintomatici – sono potenziali trasmettitori del coronavirus.

In Campania – dopo aver chiuso le scuole – si è tornati a riaprire i servizi educativi e le scuole per l’infanzia (0-6 anni).

Ritengo che il motivo non sia da ricercare nella necessità di assicurare ai genitori un luogo dove collocare i propri figli, perché la scuola dell’infanzia non è né ludoteca né babysitting. Ma ritengo che il motivo sia proprio nel fatto che questa fascia di età sia accompagnata a scuola dai propri genitori e quindi non utilizzi i mezzi pubblici di trasporto.

Altro elemento su cui riflettere è che non possiamo tornare alla didattica a distanza o meglio all’insegnamento remoto di emergenza perché la scuola ha – come ci ha ricordato Michela Murgia nel suo recente intervento sulle pagine de La Stampa – due scopi: quello di formare competenze e quello di educare alle relazioni sociali. Quindi tornare alla didattica a distanza, all’insegnamento remoto di emergenza è un surrogato della scuola che non realizza né le competenze e neppure le relazioni sociali, pertanto è da evitare assolutamente.

Durante i lunghi mesi di stop alle lezioni in presenza, ben poco è stato fatto su tutti i fronti per garantire un ritorno sereno in classe. Non è stato risolto il problema della carenza di spazi e docenti, così come nessun investimento significativo è stato compiuto nel trasporto pubblico, che si sta rivelando un anello molto debole della catena.

Sarebbe stato opportuno aumentare il parco mezzi delle aziende di trasporto locale, così da consentire viaggi a bordo di autobus e metropolitane con la dovuta distanza di sicurezza. Ma ciò non è stato fatto.

La questione dei mezzi di trasporto, dove il virus può galoppare, può essere risolta o meglio ridimensionata, come suggerisce Zagrebelsky, avvalendosi con appositi protocolli di intesa, di mezzi di soggetti privati, oppure quelli disponibili presso le forze armate e le forze di polizia.

A 13 giorni dalla scadenza mancano ancora i 2,2 milioni di banchi monoposto nella maggior parte delle scuole.

Altro elemento importante è attivare per gli studenti e tutto il personale della scuola test rapidi al fine di evitare trafile e quarantene che vanno a bloccare intere classi e famiglie. I tempi di attesa per effettuare i test – a seconda le Asl – variano, ma è un dato di fatto che occorrono decine di giorni. A tutti è chiaro che non è possibile costringere a stare a casa per semplici raffreddori. Quindi sarebbe opportuno introdurre test rapidi per eliminare estenuanti attese.

Ancora occorre potenziare i laboratori per metterli nelle condizioni di effettuare test in maniera massiccia, non bastano i tamponi in numero adeguato; anche su questo si è in forte ritardo.

Sono mesi che la nostra Federazione Gilda-Unams/Snadir, assieme alle altre organizzazioni sindacali, chiede di riaprire in sicurezza, di smetterla di trattare la scuola come la Cenerentola delle istituzioni, occorre invece intervenire nei tempi e nei modi che più sono consoni a un comparto delicato come quello della scuola, coinvolgendo le organizzazioni sindacali rappresentative ed evitando di cadere preda della fretta e delle convenienze politiche del momento.

L’urgenza di intervenire rapidamente è comprensibile. Ma occorre domandarci: chi pagherà le conseguenze di tutto questo?

I ritardi del Governo e del Parlamento e la solita abitudine della nostra politica di mettere qualche toppa qua e là per non fare vedere gli strappi di un sistema scolastico ormai logoro ricadranno ancora una volta sui docenti e sugli studenti. È inevitabile!

Infine, l’impegno dello Snadir per lo scorrimento della GM 2004 è stato efficace. Sono stati recuperati circa 23 posti, che saranno presto assegnati ai colleghi presenti nella GM 2004. Attendiamo il DM.

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