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Ci vuole forza per amare: a colloquio con la scrittrice Susanna Tamaro

“Ora che tutti si riempiono la bocca della parola amore, ora che i bambini vengono avvolti da una nube fin troppo vischiosa di questo sentimento, o della sua rappresentazione, è difficile che le persone si trovino esposte alla nudità”. Sono parole di Andrea, il protagonista del nuovo romanzo di Susanna Tamaro “Una grande storia d’amore” (Solferino Editore) da poco pubblicato. La Tamaro, che ha venduto milioni di copie del suo famoso “Va’ dove ti porta il cuore”, torna sul tema dell’amore per ribadirne alcune caratteristiche, cercando di toglierlo dall’ambiguità. Perché l’amore richiede forza.

Senza scontro non c’è conquista. Senza conquista non c’è la possibilità di costruirsi un destino, dice sempre Andrea nel romanzo. Cos’è l’identità? Un inizio o una fine? Da una parte è un inizio – spiega Tamaro – la tua memoria e quella dei tuoi genitori. Poi però l’identità è qualcosa che costruiamo con le nostre scelte di vita. Identità è ciò che si ha, ma allo stesso tempo è quel che vorremmo essere. E il destino? Ce lo costruiamo noi dunque? In qualche modo. E l’amore? Anche quello dipende da noi o, come dice sempre Andrea, c’è una tessera mancante nel nostro puzzle? Ho scritto molto sulla questione degli incontri, nel corso degli anni sempre con maggiore consapevolezza. Oggi sono convinta che ognuno di noi ha un incontro nella vita, quello dirompente, per cui siamo disposti anche a sopportare delle negatività. Tutti gli altri incontri sono più “leggeri”, magari interessanti, ma quello fondamentale spesso è uno solo. Si, in qualche modo penso che possiamo parlare di una predestinazione. Un’anima deve completarsi con un’altra anima. Nel romanzo Andrea decide di cambiare completamente la sua vita che sembrava già indirizzata, per l’incontro casuale con una ragazza piuttosto bizzarra. Però capisce che quella era la tessera del suo puzzle, necessaria al suo completamento. Sono momenti di scelte difficilissime nella vita privata, sentimentale. Però “la grande nemica della vita è la rigidità” dice Edith nel romanzo, la prescelta di Andrea. Non è in contraddizione con l’idea che una sola possa essere l’anima gemella? Possiamo anche non accogliere quell’anima che è a noi destinata, oppure è propria tramite la flessibilità rispetto agli schemi rigidi autoimposti che possiamo scoprire, in un evento e incontro casuale, la persona giusta per noi. La rigidità è morte, anche in natura, la mancanza di crescita, di cambiamento è solo sinonimo di morte. Certo che il termine amore rischia di essere tanto ambiguo. Lo abbiamo anche ridicolizzato, usato come un pretesto, snaturato, camuffato. Lei la ha una definizione meno ambigua di amore? L’amore richiede forza. Ci vuole coraggio per vivere l’amore. Quello che vediamo in circolazione oggi è un amore melassoso: evita gli spigoli e cerca di non dare fastidio. È spesso una buona menzogna, con il sorriso. L’amore vero invece è capace di scontro. Cerca di sistemare le cose che non vanno, di correggere ciò che non funziona. Invece l’amore che spesso vediamo e cerchiamo è quello consolatorio e dolciastro. Lasciamolo esistere, per carità: ma l’amore in grado di creare relazioni forti è un’altra cosa e soprattutto conosce il conflitto. L’amore consolatorio è quello dove cerchiamo rassicurazioni e più che l’altro amiamo noi stessi? Rispecchiarsi narcisisticamente nell’altro non lo possiamo chiamare amore. L’amore è altra cosa dal narcisismo. Lei negli anni è stata prima amata dalla sinistra, poi rigettata perché antiabortista, ne ha viste di tutti i colori. Ma questo suo insistere sull’amore chiaramente non è solo un parlare delle relazioni di coppia: cosa c’è d’altro? Prima di tutto bisogna amare la vita. Tutti gli altri amori si inseriscono su questo. Se odi la vita o la prendi con disillusione, non puoi entrare in un relazione con una persona. Amare la vista vuol dire saper cogliere e apprezzare ogni singolo momento del proprio tempo e con esso ogni relazione. Se non ami la vita puoi anche innamorarti di qualcuno, ma non sarà amore. Tutto ciò ha a che fare con il divino o con l’umano? Prima di tutto con l’umano. Qualsiasi bambino principalmente ha bisogno di genitori che lo amano. Poi può sopravvivere anche senza. Direi che è qualcosa di ontologico, essenziale nell’umanità, ma anche nella natura. Lo possiamo vedere nella cura della prole tra gli animali: c’è qualcosa di molto forte che lega i gattini alla mamma gatta. Questo è l’amore misterioso visibile nel mondo vivente. Non tenerlo presente o deriderlo significa perdersi una parte importante della vita. Questo ultimo romanzo lo ha scritto in lockdown? No per fortuna l’ho finito prima della pandemia. Cosa ci sta insegnando il Covid? La fragilità umana e che possedere non è la cosa più importante nella vita. Lo sono invece le relazioni, quelle degne di questo nome. Poi il virus rimette al centro l’idea di solidarietà in un mondo barbarizzato dagli interessi privati. Spero che ci conduca verso una dimensione più umana. Perché non esiste amore senza giustizia, vero? Che le case farmaceutiche per motivi di profitto rallentino la vaccinazione delle persone non le pare assurdamente ingiusto. È pazzesco. Ci mostra il vero volto della logica del profitto.

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