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Europa Unita, dove andremo?

Dilaga in queste settimane, come fango devastante, l’alluvione non di fiumi, ma di chiacchere, sproloqui, vaneggiamenti da parte di giornalai, accompagnati da gesti vergognosamente inconsulti, da parte di biechi politicanti, (addirittura istituzionali, come quello del vice presidente della Camera dei Deputati, Fabio Rampelli, che ha deposto la bandiera UE dal suo studio di Montecitorio) contro l’Unione europea, a motivo delle posizioni assunte, in particolare, da Germania ed Olanda, contro la proposta del premier Conte, di Eurobond per l’emergenza coronavirus.

Un vecchio detto insegna che non si deve fare di un fascio, un mazzo, ma i bugiardi di mestiere e populisti demagoghi, su questo ci sguazzano. Che l’Unione Europea non è ancora, fino ad oggi, purtroppo, divenuta Stati Uniti d’Europa, lo sanno in molti. Dalla fondazione, 9 maggio 1950, strada se ne è fatta tanta. Si è partiti da una Europa di Comunità di settori (CECA, CEE e CEEA) per giungere ad una Unione, che però non ha completato l’opera, perché non esiste un’Unione politica, a causa dei timori, da parte dei vari Stati membri, di travasare gradualmente le varie sovranità nazionali, in modo da passare dall’Europa intergovernativa, a quella dei popoli, con accapo un solo leader, un solo governo ed un solo parlamento legiferante.

Questo comporta, nell’attuale situazione istituzionale, che a decidere non è l’Europa o l’Unione europea, come molti dicono e sbraitano, da più parti, ma i governi che, attraverso il Consiglio dell’UE, dettano leggi, che vengono discusse con il Parlamento europeo, che non possiede, ancora, una forte ed autonoma azione legiferante. Ciò significa, in parole povere, che quando la Commissione europea, che rappresenta l’attuale governo dell’UE, obbliga gli Stati membri ad applicare le norme, non fa altro che ricordare ciò che ognuno di loro ha congiuntamente e precedentemente deciso.

Sappiamo che la Germania è un paese forte, egoista e privo di memoria, ma come pensare che su 27 Stati, 26 non siano capaci di farla ragionare? Probabilmente, nel non lontano passato, anche l’Italia, non ha avuto la forza di farsi sentire tra gli Stati membri. Allora, con ciò, voglio dire che, non si può addossare a tutta l’UE una responsabilità, che è, al contrario, solo di alcuni e pochi Stati. Infatti, per i corti di cervello e, soprattutto di memoria, vorrei di seguito ricordare, ciò che l’UE sta attualmente facendo, in tempo di coronavirus, per tutti i paesi membri e soprattutto per i paesi più colpiti, come Italia, Spagna e Francia:

  1. – Sospensione del Patto di Stabilità (MES);

  2. – Piano economico di Titoli di Stato (Pandemic Emergency Purchase Programme – PEPP) della BCE da 750 miliardi;

  3. – 25 Voli ( cofinanziati per il 75%) per il rimpatrio di 4.020 cittadini UE, tra cui i nostri connazionali;

  4. – Lo sblocco delle esportazioni delle mascherine;

  5. – Finanziamenti per il nuovo vaccino (€ 47,5 mil.ni);

  6. – Tack force per il coordinamento dei soccorsi

Alla luce di quanto esposto, una cosa risulta chiara, adesso, proprio in questo periodo di pandemia, che l’Europa unita non è unita, e lo si è visto dal fatto che al suo interno, ogni Stato ha preso decisioni, nell’emergenza, non unanimi e comuni, ma diversificate e non tutte uguali ed efficaci, potremmo affermare variegato, senza un coordinamento centrale. Si è visto, quindi, in questo periodo, che avremmo realmente bisogno di una vera unità di Stati, non di Stati più forti che trascinano Stati più deboli, o peggio di un’Europa a doppia velocità. Penso che debba essere chiaro, che dopo il coronavirus, l’UE ed i popoli che ne fanno parte, devono decidere verso dove dirigersi: se verso una Unione di Stati che travasino le loro sovranità e si integrino con una guida comune, oppure verso lo sfascio e la disgregazione.

Ricordo a tutti che il processo d’integrazione europea nasce all’indomani della seconda guerra mondiale, in una Europa che da millenni conviveva con i conflitti e la morte, e che aveva e continua ad avere lo scopo di portare e mantenere la pace, che sia, però, duratura e solidale.

Pippo Di Vita

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