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“SONO FATTO COSI’!” La possibilità di cambiare per non tradire sé stessi/1

La paura di cambiare mette in crisi, ma solo così l’individuo si apre al nuovo e supera le difficoltà.

Un vecchio proverbio recita “Il lupo perde il pelo, ma non il vizio”, un altro gli si oppone affermando “Volere è potere”. Quale può essere allora la verità del cambiamento? È possibile cambiare o rimaniamo sempre uguali a noi stessi? Durante la mia vita professionale accolgo persone che chiedono di poter uscire da una situazione di sofferenza, una sofferenza che spesso racconta la sensazione di stasi/blocco, dove risulta difficile distaccarsi dalla situazione in cui ci si trova. Il cambiamento è parte stessa della vita quindi, quando la paura di cambiare ci impedisce di affrontare la crisi, rimaniamo impantanati tra il vecchio e il nuovo. Ecco allora che iniziano a sorgere dubbi, domande, sofferenze. La sofferenza psicologica, che si esplicita tramite sintomi quali crisi relazionali, somatizzazioni, disturbi d’ansia, stati depressivi e molto altro, è espressione di una crisi evolutiva utile per passare da una fase della vita all’altra. In parole semplici, l’essere umano per natura tende alla certezza, alle cose che conosce e può prevedere, ma questo allo stesso tempo produce sofferenza per mancata evoluzione. Bel paradosso vero? Il cambiamento diventa quindi indispensabile per non rischiare di sentire incrementare questa sofferenza. Cosa s’intende concretamente con cambiamento? Dal dizionario di psicologia di Galimberti, per cambiamento si intende la trasformazione di un individuo come processo di autorealizzazione o come risultato della tendenza al mutamento e delle resistenze ad esso. Abbiamo quindi davanti proprio la necessità di cambiare per non morire, soccombere, non evolvere. Molte persone ritengono sia impossibile cambiare veramente, ma questa considerazione può far confondere ciò che è difficile con ciò che è impossibile. Personalmente immagino questo impegnativo cammino verso un costante cambiamento, come un’escursione in montagna. Quasi tutti noi, da piccoli, camminiamo senza interruzioni mentre qualcuno ci guida, a volte sbuffiamo, altre sentiamo della paura, ma seguiamo l’andatura di chi ci è davanti, non ponendoci domande su dove vogliamo andare o cosa più corretto per noi (soste, cibo, andatura, km al giorno etc), in quanto l’adulto davanti a noi sa cosa fare, è la nostra guida alpina. Iniziamo quindi a costruirci delle idee sul mondo e su noi stessi in modo riflesso, tutto quello che sappiamo di noi ce l’ha fatto percepire l’altro. Quanto possiamo camminare, quanto sappiamo resistere, quanto alti possiamo osare spingerci. Crescendo, se la guida alpina ha fatto bene il suo lavoro, il cammino deve poter proseguire da soli e spesso in questa solitudine rieccheggiano in noi le credenze che ci sono state trasmesse: sei fatto così, non riesci ad andare fin là, attendo che ti fai male e molto altro. Questa è proprio la situazione riportata dai pazienti che davanti alla visione del prossimo adattamento di vita mi rispondono “Dottoressa, ma io ho sempre fatto così, mi conosco, sono così e non riesco a fare diversamente”. Certo fino ad oggi si è stati quel che conosciamo di noi e dell’ambiente che ci circonda, ma ora si è chiamati a una nuova discesa e una nuova salita mai percorsa. Una salita che spesso chiamerà l’evoluzione di risorse che non sapevamo d’avere. Davanti al nuovo, alcune persone si attivano delle difese volte al mantenimento di quel che si conosce. Ci si blocca convinti che se lasciamo indietro qualcuno, esploriamo nuove strade o cambiamo modalità di andatura, finiremo in un burrone. Pur di evitare quella brusca discesa, si preferisce stare fermi o appiattire ogni sentire, ogni spinta vitale, che potrebbe regalare in nuova meta, un nuovo successo, una nuova evoluzione. Ai miei pazienti, mostro il profilo delle montagne, quel sali e scendi affascinante, ma faticoso. Chiedo poi loro: “Cosa vedi oltre le montagne?”, ovvia ed evidente è la risposta in un elettrocardiogramma. Il sali e scendi, l’imprevisto, l’adattamento, il nominato cambiamento, rappresenta la vita stessa e quando ci imponiamo di non cambiare per rimanere uguali a noi stessi andiamo verso una linea piana che sappiamo essere sinonimo di morte. Certo non faremo fatica, non inciamperemo in cose sconosciute, ma resteremo fermi lì, perdendo delle opportunità che si faranno sentire ruggenti tramite della sofferenza: una difficoltà lavorativa, una crisi coniugale, dei rapporti amicali persi, l’aria che manca. Non crisi casuali, ma stimoli verso il prossimo passo.

Cambiare per non soccombere, non evolvere. Molti ritengono impossibile cambiare davvero ma confondono difficile con impossibile. Il cambiamento, rappresenta la vita stessa e quando ci imponiamo di non cambiare, andiamo verso un ‘piano’ sinonimo di morte”

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