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Un altro giorno d'amore, di Giulia D'amato


Un altro giorno d'amore

Un altro giorno d'amore (2023), il documentario diretto da Giulia D'Amato e prodotto da Gianluca Arcopinto, ruota intorno alle vicende del G8, alle conseguenze delle repressioni da parte della polizia e all'omicidio del manifestante Carlo Giuliani.


Il film inizia con la memoria della regista adolescente: il ricordo di quella ragazza innamorata di un suo coetaneo (un tifoso ultra), che protegge dagli scontri avvenuti in curva allo stadio di Perugia. La dinamica personale si intreccia con quella generazionale, infatti, uno dei protagonisti del documentario è il padre Raffaele, un attivista politico che lotta da sempre per la giustizia sociale. Vi sono poi le interviste a Davide Rosci, un antifascista teramano in prigione per 1884 giorni a seguito degli scontri avvenuti il 15 ottobre 2011 a Roma durante la mobilitazione contro le politiche di austerity, e a Mariapia Merzagora, la madre di Edo Parodi, uno dei migliori amici di Carlo Giuliani trovato morto a Zurigo nel febbraio 2002.


La regista sovverte l'individualismo che permea la nostra quotidianità, offrendoci uno sguardo avvincente e più ampio, che stimola la riflessione e ci invita ad osservare il mondo circostante, in collaborazione con gli altri. Con Un altro giorno d’amore Giulia D’Amato si riappropria del privato attraverso numerosi immagini di repertorio (l’home movie degli Ingrifati, ultrà della curva di Perugia che partono proprio alla volta di Genova 2001) e riflette sul cosiddetto “cinema dell’azione”, o meglio quel sentimento di condivisione che pervade la cineasta e che è capace di creare una storia collettiva. Nelle pieghe della sua narrazione visiva, emergono sprazzi di una rappresentazione condivisa, ribaltando l'idea che il nostro mondo sia condannato a un isolamento irreversibile. L'autrice, anche grazie all’aiuto dello sceneggiatore Marco Borromei, riesce a dipingere un ritratto di gruppo avvincente. Il film diventa così un viaggio coinvolgente, un antidoto contro la deriva verso l'isolamento, offrendo uno sguardo penetrante sulla ricerca di connessione umana in un'epoca apparentemente dominata dalla solitudine.


Insomma, il cinema come atto politico e come mezzo per fare militanza.


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