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Dall’emergenza sanitaria una lezione per la scuola

In poche settimane, la pandemia da Covid-19 ha innescato un processo di limitazione, paura e smarrimento in ogni componente della nostra comunità sociale, economica, politica e culturale. Il mondo della scuola è stato uno dei primi settori a subire un’emergenza imprevista capace di incidere tanto a livello organizzativo quanto sul versante emotivo e psicologico. Nonostante ciò, il sistema scolastico non si è fermato. Infatti, la didattica a distanza ha avviato una serie di percorsi dai quali scorgere e ritrovare – al di là degli appesantimenti burocratici della cosiddetta normalità – una delle caratteristiche essenziali del mondo della scuola: la relazione umana.

Ciò non vuol dire che nella quotidianità pre-pandemia la scuola non vivesse di relazioni ma che, paradossalmente, un periodo di legami a distanza ci invita a riflettere sulla priorità della missione dei docenti che coincide con il divenire, insieme agli allievi, una comunità educante gravida di rapporti positivi fra giovani e adulti, fra insegnanti e famiglie. Difatti, come ha affermato il capo dipartimento per il sistema educativo di istruzione e di formazione Marco Bruschi, la didattica a distanza non è «un adempimento formale» valutabile attraverso la quantità, bensì un’opera in linea con le «coordinate essenziali del sistema scolastico».

Ne deduciamo che la scuola, lungi dall’identificarsi esclusivamente con un edificio particolare o tramite attività da svolgere in un determinato orario, va ben oltre ogni riduzionismo efficientista e meccanicista tanto in voga – spesso inconsapevolmente e in modo acritico – nel nostro sistema scolastico, per svilupparsi ovunque sia situato un membro della comunità educante allievo o docente che sia.

In un momento in cui non facciamo scuola all’interno della struttura scolastica – fatta di aule, laboratori, cortili e sale comuni – la missione degli insegnanti è quella di mantenere vivo il gruppo classe e di affrontare il pericolo dell’isolamento, della demotivazione, dell’apatia, dell’ansia, degli attacchi di panico e, in definitiva, di non essere travolti dalla realtà attraverso la cultura intesa come ricerca, selezione, spirito critico. In tal modo, la situazione inattesa – che anche il sistema scolastico affronta – può concepire una risposta in grado di garantire il diritto all’istruzione per tutti gli studenti nel pieno rispetto delle finalità della scuola.

L’esperienza di queste settimane attesta da un lato che i professori svolgono una funzione sociale che oltrepassa il mero insegnamento di una disciplina dall’altro che gli studenti hanno bisogno di confronto, di ascolto e di far correre comunque il loro desiderio di futuro. Così, la crisi invita l’intera comunità nazionale a rivalutare il ruolo dell’insegnante il quale non è solo un lavoro svolto in un precisato monte ore bensì una relazione che lo coinvolge come persona al fine di dare senso alla missione educativa verso i propri allievi. Inoltre, l’emergenza spinge a riconsiderare la scuola come quella istituzione, nonostante le restrizioni, capace di avvicinare le persone e le culture, di abbattere ogni forma di discriminazione, di considerare le differenze come ricchezze da valorizzare e, in sostanza, di essere uno dei mezzi di inclusione e di promozione più importanti del nostro Paese.

Di conseguenza, la pandemia sembra simbolicamente comunicare a tutti i protagonisti del sistema scolastico, su tutti gli insegnanti, che urge tenere sempre a mente – anche quando l’emergenza sarà finita – la propria missione educante destinata a far crescere, prima che i professionisti del domani ricchi di certificazioni, i cittadini di oggi capaci di interpretare e soprattutto vivere i valori della nostra carta costituzionale. Insomma, se è vero che anche dai drammi dobbiamo apprendere qualcosa, l’emergenza Coronavirus pare voler impartire una lezione peculiare al mondo della scuola. Un insegnamento che riconduce l’uomo – e quindi le relazioni fra studenti, docenti, genitori – al centro del sistema scolastico troppe volte invitato a contorcersi attorno alle attese – e ai bisogni non sempre legittimi – del mercato, delle imprese, della logica connessa alla produttività che, come sappiamo, rare volte promuove l’umanità.

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