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“Homo sapiens e gli altri animali: un rapporto spirituale da recuperare”

A colloquio con Sara Hejazui, docente di Global Studies and Anthropology of Modernity presso la Al Farabi Kazakh National University in Kazakistan.

Gli animali possono aiutarci a depotenziare il nostro senso di onnipotenza: farci riconoscere di non essere troppo diversi da loro. E’ uno dei temi che Sara Hejazi ha trattato al Muse di Trento per il secondo appuntamento legato alla mostra “Lascaux Experience. La grotta dei racconti perduti”. Hejazi, nata in Iran da padre iraniano e madre italiana, è antropologa e ricercatrice presso il Centro Studi Religiosi della FBK di Trento e presso il centro Jean Monnet della Facoltà di Sociologia dell’Università di Trento. Insegna Global Studies and Anthropology of Modernity presso la Al Farabi Kazakh National University in Kazakistan.

Ai giorni nostri possiamo ancora parlare di rapporto spirituale con gli animali? Oggi al massimo abbiamo un rapporto di protezione nei confronti degli animali – risponde Hejazi – conseguenza di un’errata relazione con la natura e dei danni conseguenti al cambiamento climatico. Arriviamo a questo però dopo almeno due secoli in cui l’animale è stato identificato con un oggetto da possedere. Ma in passato non era così… Dobbiamo andare indietro di 40 mila anni: possiamo fare solo delle ipotesi e non abbiamo certezze. Normalmente il rapporto tra uomo e animale si è evoluto in una scala quasi egualitaria. Soltanto recentemente l’uomo è riuscito a farsi padrone del pianeta. Con il termine padrone intendo “colui che possiede” che vende e compra gli animali e la natura. Invece all’epoca delle grotte di Lascaux l’uomo era inserito dentro un ambiente in cui lui stesso era animale. Il suo rapporto con le altre specie era di costante osservazione e ricerca di un equilibrio: c’era una capacità di autoregolazione sulle risorse disponibili. Gli uomini si chiedevano: quanti animali possiamo cacciare? Fino a che punto possiamo sfruttare le risorse che abbiamo disponibili per non rischiare di restare senza? Noi quindi, come homo sapiens, ci siamo mossi sempre all’interno di un equilibrio, sempre ben calcolato. Così come le altre specie che cercano sempre un compromesso tra bisogni e risorse ambientali. Da cosa nasce allora il rapporto spirituale dell’uomo con gli animali? La caratteristica della nostra specie in particolare è di creare “senso” dall’esistenza, dalla vita di tutti i giorni. Qualsiasi cosa noi facciamo, proprio in base alla nostre capacità di astrarre e di creare concetti, viene dotato di un senso, di un “perché”. Ogni azione veniva in qualche modo resa sensata: dal lavoro alla produzione di cibo, alla creazione artistica, come le collane. Questo è il processo alla base del concetto di cultura: dare senso alle pratiche materiali, alle attività di tutti i giorni. Tale senso culturale subito è emerso unitamente a quello del trascendente: noi nasciamo “religiosi” . Il pensiero magico ci ha caratterizzato da subito, così come sono stati magici gli utensili che abbiamo creato agli inizi della nostra storia. E’ stato magico il pollice opponibile e la capacità manuale così come la scoperta del fuoco. Le grotte di Lascaux ci parlano di questa magia presente negli animali. Gli animali “ci concedono” di sopravvivere perché abitano questo spazio magico. Nella parte più oscura della grotta, dove si deve strisciare per accedere, sono rappresentati gli animali feroci, a ricordarci l’equilibrio tra pericolo e sopravvivenza. I significati simbolici e religiosi non sono, anche per voi esperti, del tutto chiari. Possiamo dire, in generale, che la percezione dell’alterità e diversità dell’animale, provoca un atteggiamento religioso? Pensiamo a tutte le forme di divinità in forma animale che si sono succedute nelle varie culture. Personalmente ho una interpretazione di tipo marxista per quanto riguarda la cultura: il senso che noi diamo alle cose è determinato dalla vita che materialmente conduciamo ogni giorno. Attualmente siamo in una fase di uscita dall’antropocene, non ancora realmente, ma in senso culturale. Abbiamo dato per scontato di essere i signori del pianeta. Il nostro comportamento ha portato, nella modernità, alla perdita di “senso” dell’animale. Nelle civiltà contadine permanevano tutta una serie di simboli legati al mondo animale: abbiamo poi superato questa fase pensando di essere talmente avanzati da non avere più bisogno della magia degli animali. Siamo andati oltre, abbiamo conquistato lo spazio. Oggi questa convinzione di “essere andati oltre” è crollata: siamo in un momento di emergenza dove abbiamo perso biodiversità animale e non solo. Stiamo frenando, depotenziando il nostro senso di onnipotenza. Avrebbe senso secondo lei un recupero di questo rapporto “magico” con l’animale, oggi o questa fase della nostra cultura, quella tradizione antica, non ha più alcun senso? Forse più che recuperare delle tradizioni ormai anacronistiche, data la nostra attuale organizzazione economica e politica, è auspicabile un’epoca di consapevolezza. Dovremmo abbandonare il modello piramidale in cui noi siamo al vertice e gli animali alla base. Forse la cultura della postmodernità ci permetterà di smontare questa piramide riconducendo noi stessi ad una posizione più reale: quella del nostro essere animali noi stessi. Da quando esistono le grandi religioni l’uomo è sempre stato trattato come “diverso” dagli altri animali. La consapevolezza di essere invece noi stessi degli animali è il vero cambiamento culturale di cui abbiamo bisogno. Lei è vegana o vegetariana? Sono appena tornata dal Kazakistan, dove nessuno è vegetariano. Anzi: non mangiare carne di cavallo per loro è assurdità. Personalmente non sono vegetariana in modo assoluto: crescendo e vivendo in Italia ho anche una sensibilità per i temi del vegetarianesimo. Ma capisco altre culture in cui non mangiare carne, per esempio in un invito a cena, viene considerato come un affronto.

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