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San Francesco e l'intelligenza artificiale: come parlare con gli animali? Intervista a Nicola Zengiaro, borsista dell’Università di Torino

La Fondazione Bruno Kessler di Trento ha promosso il convegno internazionale ‘Il Senso Serbato: conservazione e trasformazione tra religione, etica e tecnologia’ su traduzione del sacro e semiotica del restauro, fino alle sfide dell'intelligenza artificiale generativa. Il semiologo ha detto di San Francesco e l'AI.
intelligenza artificiale - Nicola Zengiaro

Abbiamo delegato la memoria agli smartphone e l'orientamento ai satelliti; ora l'AI si candida a oracolo del significato. Una nuova teologia secolarizzata dove il codice è il dogma invisibile e la macchina il sacerdote che promette l'antica utopia: parlare con il creato. Senza però capirlo davvero. La Fondazione Bruno Kessler di Trento ha recentemente organizzato il convegno internazionale ‘Il Senso Serbato: conservazione e trasformazione tra religione, etica e tecnologia’ che ha spaziato su tematiche dalla "traduzione del sacro" alla "semiotica del restauro" fino alle sfide poste dall'intelligenza artificiale generativa.  È proprio in questo contesto che Nicola Zengiaro ha tenuto il suo intervento intitolato: ‘San Francesco e l'Intelligenza Artificiale: il miracolo di parlare con gli animali’. Zengiaro è semiologo e si occupa di comunicazione animale e vegetale. Attualmente è borsista dell'Università di Torino.


San Francesco comunicava con gli animali in virtù di una fratellanza mistica. L’intelligenza artificiale, oggi, tenta di decodificare i linguaggi degli animali tramite l'analisi dei dati. Non c’è il rischio di trasformare il "miracolo" dell’incontro in un mero tentativo di dominio razionale?

L'accostamento del mio intervento parte da un piano narrativo: come la leggenda di Francesco serve a reintegrare il rispetto per il non umano, così progetti attuali come il CETI o l’Earth Species Project tentano di decodificare le vocalizzazioni di balene o uccelli per rifondare la nostra relazione con la natura. Con Massimo Leone (direttore di FBK Scienze Religiose, ndr), all’Università di Torino, analizziamo proprio queste retoriche: le grandi aziende usano narrazioni suggestive per attrarre fondi e promettere rivoluzioni etiche. Il risultato, però, è spesso critico: le interfacce dell'IA tendono ad appiattire la complessità della comunicazione animale. La decodifica rischia di diventare una manipolazione, una misinterpretazione di ciò che è significativo per le altre specie”.


Lei si occupa di biosemiotica. Addestrando le macchine con categorie umane per interpretare la natura, non rischiamo un gigantesco "effetto ventriloquio"? Stiamo imparando ad ascoltare il senso serbato o stiamo costruendo specchi tecnologici in cui la natura riflette solo ciò che vogliamo sentirci dire?

Ogni traduzione è, inevitabilmente, un tradimento. Se ChatGPT mostra evidenti bias nel tradurre testi umani, figuriamoci le difficoltà con una specie diversa come una balena. La biosemiotica ci insegna l'importanza cruciale del contesto: una balena cambia frequenza se l'acqua è più calda o se c'è rumore di fondo, riducendo l'informazione per essere sentita. L'IA, lavorando su pattern decontestualizzati, soffre del ‘cocktail problem’: registra suoni ma non sa chi parla, a chi si rivolge e perché. Rischiamo di avere dati statistici perfetti, ma privi di reale significato semantico”.


Nel Medioevo il miracolo era l'eccezione che confermava la potenza divina, oggi pare che demandiamo alla tecnologia la realizzazione di quelle antiche promesse. L'intelligenza artificiale sta diventando una forma di teologia secolarizzata?

Ogni tecnica ci sottrae una competenza: con la scrittura abbiamo perso parte della memoria, con la rubrica digitale i numeri telefonici. Oggi stiamo delegando il linguaggio: il tratto distintivo dell'umano. L'IA viene percepita come un'entità trascendente e immanente allo stesso tempo: un vero dispositivo di credenza. Non vediamo i codici sottostanti, abitiamo un ‘velo’ tecnologico: le risposte che otteniamo sono filtrate da bias invisibili e manipolazioni strutturali. Costruiamo una fede cieca verso qualcosa che non comprendiamo appieno, attribuendo alla macchina una verità quasi oracolare”.


Se domani riuscissimo davvero a capire cosa ci dicono gli animali, cadrebbero gli alibi della nostra ignoranza. Siamo pronti, secondo lei, a una convivenza basata sul dialogo e non più sulla superiorità?

Viviamo dopo tre grandi traumi: Copernico ci ha tolto dal centro dell'universo, Darwin dal vertice del creato, Freud ha spodestato l'Io in casa propria. Ora affrontiamo una quarta rivoluzione: quella della comunicazione. La scienza ci mostra una rete ininterrotta in cui piante, funghi e animali comunicano costantemente per sopravvivere. Se non impariamo a interpretare il mondo come lo interpretano i non umani, rischiamo l'estinzione: siamo tutti connessi nello stesso sistema. Non è questione di essere pronti: saremo obbligati a metterci in ascolto. Il vero miracolo sarà entrare in risonanza con l'altro, abbandonando il dominio per la comprensione profonda


L'intelligenza artificiale viene percepita come un'entità trascendente e immanente. Non vediamo i codici sottostanti, abitiamo un ‘velo’ tecnologico e le risposte che otteniamo sono filtrate da bias invisibili e manipolazioni strutturali. Costruiamo una fede cieca verso qualcosa che non comprendiamo.

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