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IRC tra mafia ed antimafia

L’IRC, che deve trasmettere alle nuove generazioni i principi del cristianesimo, presenti nella storia e nella società in cui viviamo, non può, tra questi, dimenticare i valori della legalità e della giustizia, insegnati da Cristo nella pericope evangelica: “Dai a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Ma non può scrollarsi di dosso quello che è stato per decenni il rapporto della Chiesa con la mafia e di conseguenza con l’antimafia, quest’ultima fatta di vescovi e sacerdoti che, per il semplice fatto di aver testimoniato Cristo, hanno donato la vita.

Sappiamo benissimo, come in passato di mafia non si doveva parlare e, soprattutto dalla politica, veniva negata, ma la politica non fu un caso isolato, in questa sequenza negazionista nei confronti della mafia, infatti anche la Chiesa, in passato, non si è esonerata da questo bieco atteggiamento, quasi protettivo, nei confronti dei mafiosi, quella stessa Chiesa che ha visto martiri della mafia, Padre Pino Puglisi (Palermo, 15 settembre 1993) e Don Giuseppe Diana (Casal di Principe, 19 marzo 1994), oltre all’impegno dei tanti preti e vescovi, attivi sagacemente nell’antimafia. Tra questi non può non essere ricordato, pur se brevemente, il Cardinale Salvatore Pappalardo, Arcivescovo di Palermo dal 17 ottobre 1970 al 4 aprile 1996, che con la sua Pastorale sociale e giovanile, aderente al Concilio Vaticano II, portò avanti una sensibilizzazione non solo ai valori spirituali, ma anche a quelli umani e sociali, sostenendo una battaglia forte ed ardimentosa contro ogni forma del male, compresa quella assunta dalla mafia.

Purtroppo prima del cardinale pappalardo, “la Chiesa (le mafie, n.d.a.) non le ha mai combattute, non c’è stato mai un aperto contrasto fino ai tempi recenti. Un lunghissimo silenzio dei cattolici, del clero, delle gerarchie locali e nazionali, ha dominato incontrastato accompagnando l’evolversi di quei fenomeni criminali anche quando avevano assunto fama internazionale e la parola mafia era diventata il termine per antonomasia in tutto il globo per indicare la criminalità organizzata. Anzi, la storia della Chiesa in quei territori si svolgeva parallela a quell’espansione e più di una volta con essa si intrecciava, soprattutto in Sicilia” (articolo di Isaia Sales, “Chiesa e mafie”, tratto da il Portale “Kainos”, numero 12 – malavita, Pubblicato 15 Gennaio 2013: http://www.kainosportale.com/index.php/12-malavita/86-ricerche12/271-chiesa-e-mafie).

In un articolo del 1989, su “La Repubblica.it”, fu riportato il contenuto di una relazione epistolare tra il Vaticano ed il cardinale di Palermo del tempo, Ernesto Ruffini (arcivescovo di Palermo dall’11 ottobre 1945 al11 giugno 1967) che di seguito riporto: “’Eminenza reverendissima, la Chiesa evangelica valdese ha pubblicato un manifesto per deplorare i recenti attentati dinamitardi che hanno provocato numerose vittime fra la popolazione civile …’ La lettera, 17 righe, era partita dal Vaticano il 5 agosto 1963. Firmata da monsignor Angelo Dell’Acqua. Indirizzata all’arcivescovo di Palermo Ernesto Ruffini. Dalla segreteria di Stato di Sua Santità si chiedevano notizie sulla cosiddetta mafia, si rivolgeva poi il suggerimento se non fosse il caso che si promuovesse un’azione positiva e sistematica per dissociare la mentalità della mafia da quella religiosa…. L’anno, il ‘ 63, è quello della strage di Ciaculli, delle Giuliette imbottite di tritolo che saltano in aria, dell’inizio della prima grande guerra tra i clan. La lettera di monsignor Dell’ Acqua fu ispirata da Paolo VI. La risposta del cardinale Ruffini arrivò sei giorni dopo, l’11 agosto. ‘Eccellenza reverendissima, mi sorprende alquanto che si possa supporre che la mentalità della cosiddetta mafia sia associata a quella religiosa… E’ una supposizione calunniosa messa in giro, specialmente fuori dalla Sicilia, dai socialcomunisti, i quali accusano la Democrazia cristiana di essere appoggiata dalla mafia, mentre difendono i propri interessi in concorrenza proprio con organizzatori mafiosi o ritenuti tali’” (https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1989/04/16/il-cardinale-disse-forse-la-mafia-nemmeno.html).

Ma ancora, non si può dimenticare cosa il Cardinal Ruffini scrisse, nella Lettera pastorale del 22 marzo 1964, intitolata “Il vero volto della Sicilia”, in cui il prelato difendeva il popolo siciliano contro le false rappresentazioni che ne infangano il buon nome. Sulla mafia, che minimizza e riduce ad una semplice attività criminale, presente non solo in Sicilia ma nel resto d’Italia e dell’Europa, ecco cosa afferma integralmente: “Una propaganda spietata, mediante la stampa, la radio, la televisione ha finito per far credere in Italia e all’Estero che di mafia è infetta largamente l’Isola, e che i Siciliani, in generale, sono mafiosi, giungendo così a denigrare una parte cospicua della nostra Patria, nonostante i grandi pregi che la rendono esimia nelle migliori manifestazioni dello spirito umano. Prima del 1860 sembra che nessuno parlasse mai di mafia. L’etimologia del nome è piuttosto oscura, ma l’opinione più probabile è quella che la fa derivare da una parola araba usata dai contadini trapanesi per indicare cave di pietre dell’epoca saracena, nelle quali si erano dati convegno o si erano rifugiati i untori dell’Unità d’Italia e gli organizzatori occulti delle squadre rurali di appoggio a Garibaldi nell’impresa dei Mille. Quei partigiani chiamati «mafiosi», perché provenienti dai covi delle mafie, apparvero facilmente dinanzi al pubblico, uomini d’onore, valorosi ed eroici. Il titolo di mafioso venne quindi esteso a significare persone e costumi di particolare parvenza ed eleganza; ma poi assunse il valore attuale di associazione per delinquere, e qui è necessario richiamare le condizioni dell’agricoltura nella Sicilia Centrale e Occidentale di quei tempi. Venuta meno la difesa che proveniva dall’organizzazione feudale e infiacchitesi il potere politico, i latifondisti ebbero bisogno di assoldare squadre di picciotti e di poveri agricoltori per assicurare il possesso delle loro estese proprietà. Si venne così a costituire uno Stato nello Stato, e il passo alla criminalità, per istinto di sopraffazione e di prevalenza, fu molto breve. Tale può ritenersi, in sostanza, l’origine della mafia contemporanea. Ne può destar meraviglia che il vecchio, deplorevole sistema sia sopravvissuto, pur essendo cambiato il campo dell’azione. Le radici sono rimaste: alcuni capi, profittando della miseria e dell’ignoranza, sono riusciti a mobilitare gruppi di ardimentosi, pronti a tutto osare per difendere i loro privati interessi e per garantire la loro supremazia nell’orticultura, nel mercato e nei più disparati settori sociali. Questi abusi sono divenuti a poco a poco tristi consuetudini perché tutelati dall’omertà degli onesti, costretti al silenzio per paura, e dalla debolezza dei poteri ai quali spettavano il diritto e l’obbligo di prevenire e di reprimere la delinquenza in qualsiasi momento, a qualunque costo. Si rileva per altro dai fatti che la mafia è sempre stata costituita da una sparuta minoranza. Inoltre se è vero che il nome di mafia è locale, ossia proprio della Sicilia, è pur vero che la realtà che ne costituisce il significato esiste un po’ ovunque e forse con peggiore accentuazione. Per non rifarmi a vecchie date, chiunque abbia letto anche di recente i giornali ha potuto notare – non di rado con somma indignazione e forte deplorazione – delitti inqualificabili commessi altrove, in Europa e fuori, da bande perfettamente organizzate. Quelle città e quelle Nazioni hanno il vantaggio di potere isolare le loro nefandezze, non avendo un nome storico che le unisca, ma non per questo giustizia e verità permettono che si faccia apparire il popolo di Sicilia più macchiato delle altre genti”.

In tempi più moderni, da non dimenticare, ad esempio, che la Cassazione, ha definitivamente assolto padre Mario Frittitta, Carmelitano scalzo, condannato in primo grado per favoreggiamento aggravato nei confronti del capomafia Pietro Aglieri. Il prelato è stato assolto in appello e definitivamente scagionato dalla Suprema Corte “per aver commesso il fatto nell’esercizio di un diritto”; di fatto, il sacerdote incontrava il boss latitante, lo confessava e celebrava messa nel suo nascondiglio, debitamente arredato con un altarino, per avere esercitato il suo ministero di sacerdote.

“Ma il titolo di prete mafioso per eccellenza spetta a don Agostino Coppola, parroco di Cinisi. colui che il 16 aprile 1974 nei giardini di Cinisi sposa Totò Riina (latitante) con Ninetta Bagarella. Insieme a lui c’erano altri due preti, don Mario e don Rosario. Don Coppola venne ‘combinato’ mafioso (entrò in Cosa nostra) a Ramacca nel 1969. È celebre l’esclamazione di Pippo Calderone rivolta al fratello Antonino: «Gesù Gesù, anche un parrino in Cosa Nostra». Don Agostino era legato a Luciano Liggio e nipote di un capo di Cosa nostra Frank Coppola. Amministrava i beni della diocesi di Monreale (la più chiacchierata di Sicilia) e faceva da mediatore nei sequestri di persona fatti dai Corleonesi (quello di Cassina, di Luigi Rossi di Montelera e dell’industriale Emilio Baroni). Fu arrestato nel 1974, e nella sua abitazione vennero trovati 5 milioni provenienti dal riscatto di un sequestro di persona. Il colonnello Russo, ucciso poi dalla mafia, era convinto che don Agostino avesse nascosto Luciano Liggio latitante a Piano Zucco, zona in gran parte controllata dal prete e dai suoi fratelli Giacomo e Domenico. Tra il 1971 e il 1973, periodo di permanenza di Liggio latitante nel palermitano, padre Agostino Coppola acquistò beni per 49 miliardi di lire” (articolo di Isaia Sales, “Chiesa e mafie”, tratto da il Portale “Kainos”, numero 12 – malavita, Pubblicato 15 Gennaio 2013: http://www.kainosportale.com/index.php/12-malavita/86-ricerche12/271-chiesa-e-mafie).

Ho voluto riportare solo pochi casi di preti invischiati con la mafia, ma la casistica è molto più lunga e penosa, ma per chi scrive è fondamentale far comprendere, a chi pensasse il contrario, che chiunque abbia avuto ed ha sete di potere e di denaro all’ennesima potenza, indipendentemente dal ceto sociale di appartenenza, nella mafia ha sempre trovato il suo fedele alleato, al di là del tipo di abito che indossa.

Ce lo insegna, per concludere la carrellata, il Cardinal Paul Casimir Marcinkus, morto nel 2006, in stretto contatto con Michele Sindona (mafia e massoneria) e Roberto Calvi (presidente del banco Ambrosiano e appartenente alla P2), presidente dello IOR (Istituto per le Opere di Religione), alias la banca del Vaticano, che per un certo periodo divenne la banca del riciclaggio del denaro sporco della mafia. Famoso il suo personale coinvolgimento nel crack del Banco Ambrosiano di Calvi (che il 18 giugno 1982, fu trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri sul Tamigi, con dei mattoni nelle tasche), per il quale sfuggì agli arresti, solo perché utilizzò il passaporto diplomatico Vaticano, ma fu coinvolto, comunque, in tanti altri scandali, come quello sulla morte di Papa Luciani (Giovanni Paolo I), che si racconta, lo volesse sollevare dall’incarico dello IOR, o il sequestro di Emanuela Orlandi, e tanto altro.Comunque, non dimentichiamo, malgrado la Chiesa nel passato abbia convissuto con la mafia, le posizioni prese, in questi ultimi decenni, da due Pontefici che sono stati gli unici a pronunciare il nome Mafia e a prendere una posizione apertamente contraria alla ad essa in modo duro e deciso, come nessun altro capo della chiesa aveva mai fatto: Papa Giovanni Paolo II e Papa Francesco.

È del 2012 la notizia che Papa Benedetto XVI ha autorizzato il decreto riguardante il martirio del “servo di Dio” Giuseppe Puglisi, ucciso “in odio alla fede” il 15 settembre 1993. Una decisione che, sottolineando il ruolo di “martire” del sacerdote ucciso per la sua opera evangelica, “scomunica” indirettamente la mafia e i suoi killer: “Il martirio di Don Puglisi mette in luce tutte le tenebre del mondo della mafia e dell’illegalità, un mondo lontano dal Vangelo che padre Pino Puglisi ha smascherato”, ha detto l’arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo. “La mafia ha i suoi dei e i suoi idoli”, “non perdona, non condivide e uccide, tutto l’opposto del vangelo che perdona, condivide e di certo non uccide”. La notizia della scomunica ai mafiosi appare scontata alla luce del Vangelo, ma meno alla luce della storia della Chiesa, rimasta per anni silenziosa (come abbiamo già constatato) sulla mafia. Come non ricordare a proposito le parole di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi di Agrigento, parole fuori programma. Il comportamento, quello della comunità cristiana, che ha delle attenuanti nelle particolari condizioni storiche dell’Isola e nelle vicende del secondo Dopoguerra caratterizzate dalle tensioni politiche ed ideologiche tra cattolici e comunisti.

Fu Paolo VI a chiedere per primo un intervento specifico contro la mafia e una pastorale adeguata alla situazione che promuovesse un’azione positiva e sistematica, con i mezzi che le sono propri – d’istruzione, di persuasione, di deplorazione, di riforma morale – per dissociare la mentalità della cosiddetta “mafia” da quella religiosa.

Ancora oggi però non esiste in ambito cattolico uno studio complessivo sul fenomeno mafioso né esiste una pastorale antimafia” (La Legalità, Sfida alla Fede Adulta, di Marco De Carolis).

Presidente del CELM (Comitato Europeo per la Legalità e la Memoria) e Consigliere Nazionale dello SNADIR

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