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L’IRC nella scuola dell’autonomia a 20 dall’introduzione: una presenza qualificante per l’educazione

Certamente la scuola italiana a vent’anni dall’ introduzione dell’Autonomia, passando da Berlinguer a De Mauro, dalla Moratti alla Gelmini, da Fioroni alla Giannini, dalla Fedeli a Bussetti e fino al neo ministro Fioravanti, di strada ne è fatta, ma la convinzione generale e sempre più diffusa è che vive un forte processo di cambiamenti e di disorientamenti.

In questi anni sono stati fatti aggiustamenti, sono stati apportati correttivi, sono state cambiate regole, ma il risultato è che la scuola fa sempre fatica a decollare verso un cambiamento reale e vero.

Chiaramente siamo convinti che la scuola è il luogo della “formazione e dell’educazione”, e non è cambiabile solo per effetto di una legge, di una riforma, ma esige un “cambiamento mentale”, un nuovo umanesimo, una destrutturazione degli stereotipi pregiudiziali e degli “atteggiamenti pre-comprensivi” e, oserei dire, una “ricomprensione onto-etica dell’educazione” che non si può, certo, ottenere per decreto e per via parlamentare.

Certo, mettere mano ad una riforma della scuola è stato ed è un problema complesso. Non c’è dubbio che l’introduzione dell’autonomia scolastica è stata una conquista positiva, perché ha favorito il pluralismo educativo, stimolato nuovi processi culturali formativi e creativi relazionati al territorio in cui opera la scuola, e perché ha aperto orizzonti di attività curricolare con cui è stato superato il fenomeno della omologazione didattica, che, spesso, costringeva a camminare su percorsi di insegnamento troppo rigidi e standardizzati. La legge sull’autonomia scolastica, in sostanza, ha determinato un mutamento dei principi e dei criteri rigidamente centralistici che orientavano la scuola italiana del passato.

Con l’autonomia scolastica sono state attivate, senza dubbio, alcune linee di movimento e di indirizzo della scuola:

a) l’autonomia, anzitutto, intesa come atto di affidamento alle singole unità scolastiche del compito di organizzare l’attività didattica, tenendo conto del contesto situazionale, umano, territoriale, che, senza dubbio, appare diverso da una realtà ad un’altra;

b) il decentramento e il lavoro di rete scolastica, ossia l’attribuzione di poteri decisionali secondo le funzioni e le mansioni proprie di ogni componente scolastica nella sua dimensione individuale e di rete;

c) la flessibilità dei modelli didattici ed organizzativi, cioè la possibilità di costruire percorsi culturali e di formazione adeguati alle esigenze personali e sociali degli alunni e in grado di determinare la loro crescita culturale e formativa.

Decentramento e flessibilità dei modelli organizzativi della scuola sono in sé principi positivi, in quanto aprono gli Istituti al territorio, al mondo del lavoro, agli Enti locali , ma in concreto, dopo 20 anni di cammino, stanno un po’ rischiando di omologare la scuola a qualsiasi altra struttura erogatrice di servizi a discapito dell’elemento educativo. Sorge una domanda: Che ci sta a fare l’IRC nella scuola italiana ? E le riforme che considerazione ne hanno? Qual è il suo apporto specifico nel quadro delle finalità della scuola?

Se per un attimo riflettiamo sul fatto che la scuola sta smarrendo il suo essere comunità educativa per divenire quasi una agenzia di servizi scolastici; se riflettiamo sul fatto che nella scuola ci sono tante emergenze educative(disagio giovanile, bullismo, vandalismo, rapporti disfunzionali, presenza di culture religiose diverse da quella cristiano-cattolica); se riflettiamo su tutto questo, è inconcepibile l’atteggiamento di certo laicismo ed ateismo, che vorrebbero eliminarla dalla scuola; sarebbe davvero un controsenso o un pregiudizio per una riforma che tale si voglia definire, considerare marginale, o il risultato di compromessi, l’insegnamento della religione cattolica. Proprio in un tempo di crisi di relazioni tra società, culture, popoli; in un tempo che necessita di nuove speranze, di nuova rifondazione di valori c’è bisogno dell’ insegnamento della religione cattolica perché il “proprium” dell’IRC è quello di concorrere a formare “l’uomo sociale”, un uomo, cioè, che sa leggere criticamente tutte le dimensioni dell’esistenza, tra cui quella trascendente e religiosa perché possa essere aiutato ad inserirsi in modo equilibrato ed armonico nella società. Lo studio della religione cattolica è pertanto umanizzante perché contribuisce a formare l’uomo che entra in dialogo con tutti i problemi dell’esistenza; l’IRC è liberante perché educa ad una riflessione critica sui valori sociali e al discernimento degli autentici valori di bellezza: l’amore, il servizio, il dono, il volontariato, la solidarietà, la giustizia , che sono tutti valori umani fondamentali di una società civile e tutti valori esaltati e al centro della cultura cristiano-cattolica.

La conoscenza della cultura religiosa cristiana assume, dunque, rilevanza scientifica nel quadro delle finalità della scuola perché si connota come giudizio critico sulla vita e sulla storia nella sua dimensione religiosa.

Alla luce di queste considerazioni, emerge con chiarezza che l’insegnamento della religione cattolica deve esserci nella scuola , al di là di ogni pregiudizio, non per una sorta di privilegio concesso alla chiesa, ma per un riconoscimento del suo statuto epistemologico, per la sua rilevanza socio-culturale e pedagogica e per le sue finalità educative nel quadro dell’azione scolastica nel suo complesso.

Una riforma deve parlare di contratti, di precariato, di organizzazione e di progetti, di norme e di regole, di merito e di demerito, ma non deve e non può dimenticare di parlare di ciò che è vitale nella scuola: l’educazione, la formazione, l’istruzione , di prospettive per il futuro e per il lavoro.

Una riforma non può non parlare di bellezza del sapere e della cultura, di impegno e di sacrificio , di diritto e di doveri, di democrazia e di innovazione, di educazione al senso critico che faccia degli studenti non semplici utenti, fruitori di servizi, recipienti da riempire, ma personalità da far crescere con l’apprendimento, lo studio, la ricerca, la sperimentazione, lo stimolo della fantasia e della creatività, la comprensione dei valori fondamentali della vita, così da potersi inserire con consapevolezza e maturità nella vita sociale e nel mondo del lavoro. E in questo senso va da sé che una riforma deve promuovere anche il contatto degli studenti con i mondi vitali della società, quali le aziende, le associazioni, gli enti formatori, le istituzioni in cui si articola una società civile: tutto questo non può che essere condivisibile nella misura in cui si mostrerà in grado di aprire le nuove generazioni alla speranza di un futuro vero e significativo nel quale umanesimo e certezza di avere un lavoro diventeranno mete per le quali impegnare la loro vita di studenti.

I nostri studenti oggi sono distratti da tante parole e molteplici discorsi. Notate che il contrario di “distratti” è “attratti”. La domanda che oggi la scuola è chiamata a porsi è la seguente: che cosa può attrarre oggi gli studenti, cosa può suscitare in loro curiosità, cosa può intercettare quelle domande di vero, bello e buono che si portano dentro, cosa può riaccendere la loro curiosità?

Da qui il bisogno di educazione alla bellezza come processo capace di determinare l’esodo dalla distrazione all’attrazione verso il bene, e mi viene di pensare al bel ragionamento di Peppino Impastato sulla bellezza (tratto da “I Cento Passi”), in cui dice:

«Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità… ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione, ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore».

Insegniamo ai nostri studenti la bellezza! In questa acutissima interpretazione di Impastato, l’educazione alla bellezza appare la spina dorsale di un rinnovato senso civico: insegnare la bellezza è un potente antidoto contro la cultura della corruzione e della furbizia – opponendo conoscenza a ignoranza, attenzione a superficialità – e costruirebbe un’alternativa all’omertà e alla cupezza tipici dei territori dominati dalle organizzazioni criminali.

La bellezza ha certamente in sé il potere di cambiare nel profondo, ma non bisogna temere questo cambiamento perché la bellezza, una volta che si è compresa, appare come tenue fiore dal profumo delicato e porta in sé la forza dell’amore, che non offende, ma esalta la libertà.

Quando l’IRC fa riflettere i nostri studenti, attraverso le programmazioni, sulle esigenze morali e sociali del vangelo, ciò significa aiutare i ragazzi a comprendere che la religione cristiana contiene strutturalmente in sé un fondamento di bellezza e di libertà”, perché è più bello e rende più liberi amare piuttosto che odiare e uccidere; è più bello e rende più liberi rispettare i genitori piuttosto che ingannarli; è più bello e rende più liberi vivere la sessualità come una gioia dell’amore anziché farne un atto di mercificazione e di impurità; è più bello e rende più liberi dire la verità anziché vivere nella menzogna; è più bello e rende più liberi essere rispettosi delle cose altrui anziché vivere di invidia e distruggere i beni che non ci appartengono; è più bello e rende più liberi essere solidali e giusti anziché chiudersi nell’egoismo e commettere ingiustizie.

I nostri governanti sappiano che avvalersi dell’IRC nella scuola italiana è una opzione da non strumentalizzare o delegittimare, perché fornisce agli studenti non mere nozioni o conoscenze religiose, ma le competenze perché sappiano autonomamente scegliere la strada della bellezza e della libertà, strada che è la luce che illumina la società civile affinché sia capace di stabilire relazioni di convivenza solidale e non di contrapposizione; è la strada sulla quale ogni uomo, credente o ateo a di altra religione, potrà trovare spunti di riflessione per orientare il suo ethos , dirigere la sua dimensione coscienziale più intima ed incamminarsi verso il futuro con dignità culturale e consapevolezza critica.

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