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L’orrore dell’Olocausto nel film “La zona di interesse” di Jonathan Glazer

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foto MyMovies

Un film che narra dell’orrore dell’Olocausto, in una chiave del tutto originale. Il cineasta esplora il tema dell’indifferenza del male. Dal 22 febbraio al cinema. 


Il regista di Under the Skin, Jonathan Glazer, è tornato al cinema il 22 febbraio con La zona di interesse. E questa volta ha deciso di affrontare il tema dell’indifferenza del male, ispirandosi a una storia reale basata sull’omonimo romanzo di Martin Amis (2014). 


Il racconto si concentra sulla famiglia di Rudolf Hössm. Il primo comandante del campo di concentramento di Auschwitz che vive con sua moglie Hedwig e i figli, in una grande casa con giardino e servitù. La casa in questione si trova all'interno della cosiddetta “zona di interesse”, di 25 miglia attorno al lager.


Quello che sorprende di più di questo film è il coraggio di raccontare la crudeltà dell’Olocausto, senza mai mostrare una diretta violenza nelle immagini. Non assistiamo, dunque, alle crudeltà delle autorità delle SS o al dolore delle vittime, non vediamo i forni crematori. Non ci è permesso vedere, ma solo udire. È il suono il vero narratore di questa storia e lo possiamo notare soprattutto all'inizio:  lo schermo cinematografico è completamente nero ma i suoni creati dal lavoro magistrale di Johnnie Burn, con il missaggio di Tarn Willers, rimbombano nella nostra testa. Impossibile non uscire turbati dalla visione e, non a caso, La zona di interesse è candidato agli Oscar nella sezione “Miglior suono”. inoltre, gli spazi della casa della famiglia Hössm sono stati utilizzati in maniera sapiente evidenziando l'indifferenza che regna sovrana. Una delle poche preoccupazioni della moglie Hedwig, infatti, è curare il giardino che confina con i forni crematori. I rumori di quest’ultimi sono talmente diventati parte della routine quotidiana, che la donna non ci fa neanche più caso. 

Ma di fronte a cotanta crudeltà si accende un barlume di speranza. Mentre il comandante è intento a leggere la favola di Hänsel e Gretel a sua figlia, una ragazza con le trecce offre di nascosto il cibo ai prigionieri creando una sorta di percorso per la salvezza. 


Lei viene mostrata in bianco e nero e le scene sono in negativo, molto probabilmente attraverso l'utilizzo della telecamera termica. Il motivo di questa scelta è forse rappresentare la ragazza come unica fonte di calore, contrapposta alla freddezza e all’aridità degli altri personaggi. Stupisce anche il finale ambientato ai giorni nostri, che mostra gli addetti ai lavori pulire le sale del museo di Auschwitz dove sono conservati oggetti appartenuti ai deportati.


A tal riguardo, il regista dichiara per la rivista Rolling Stone: “Ero determinato a non fare un film sul passato, ma sull’oggi. Perché questo non è un documento. Non è una lezione di storia. È un avvertimento”.

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