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L’uso dei social e la Didattica a distanza: problemi e prospettive

Da più di un anno la pandemia da coronavirus si è imposta nella quotidianità di tutti cambiando radicalmente abitudini e stile di vita. Dalle misure restrittive che hanno imposto il distanziamento sociale allo smart working; dalla didattica a distanza agli appuntamenti virtuali: la vita lavorativa e sociale gira ormai intorno alla rete. A risentirne maggiormente sono i giovani che vengono privati della socializzazione in un’età particolare e fondamentale per la loro formazione. L’essere umano non può fare a meno dei contatti e così, trascinato dalla necessità di mantenere ad ogni costo i legami, ha trasformato le sue “abitudini sociali”. In che modo? Ne abbiamo parlato con il sociologo Marino D’Amore, docente all’Università Niccolò Cusano.

Come sono cambiate in questo anno le abitudini digitali? Si sono sicuramente intensificate, dovendo svolgere un doppio ruolo: quello classico della comunicazione e della relazionalità digitale e quello sostitutivo rispetto al contesto reale, che ha visto un’eliminazione della presenza e del contatto fisico per le misure sanitarie ancora in atto. In questo modo hanno funzionato come un surrogato di relazione dove il distanziamento reale ha stimolato un ulteriore avvicinamento digitale”.

Rispetto allo scorso anno che approccio c’è adesso all’uso dei social? “Lo definirei un approccio intensivo, in cui la voglia di mostrarsi e apparire, non più coadiuvata dalla normale socialità sopracitata, aumenta portando, a volte, anche a un’esasperazione della presenza digitale che diventa, inconsapevolmente, disturbo. Tuttavia, è proprio quella presenza che rappresenta il segno di una voglia e di una volontà di condivisione e relazione. Una presenza che combatte le derive psicologiche e depressive legate all’isolamento e che, in quest’ultimo, trovano un terreno molto fertile e possono evolversi in situazioni molto gravi.

Che effetti ha avuto l’allontanamento fisico? Stiamo iniziando a metabolizzare l’assenza, l’isolamento e l’individualismo. Guardiamo l’altro con più sospetto, lo viviamo a volte come una minaccia alla nostra salute, soprattutto chi non rispetta le norme sanitarie. Elementi che creano divisione, conflitto e chiusura in dimensioni strettamente familiari o addirittura individuali appunto, mettendo a rischio, nelle sue estreme conseguenze, il vivere sociale e condiviso che abbiamo conosciuto fino ad ora.

Se la pandemia si fosse verificata in un’epoca senza social sarebbe stato ancora più difficile affrontare la solitudine? Non è mai facile affrontare la solitudine per l’uomo in quanto animale sociale, tuttavia occorre sottolineare che noi tutti, oggi, viviamo una realtà aumentata, amplificata dal web e dalle sue dinamiche. Uno scenario che crea dipendenza verso la relazione e le sue declinazioni e fa temere l’esclusione in tutte le sue forme. In altre epoche la solitudine era sopportata, metabolizzata maggiormente, più conosciuta e più frequente, semplicemente perché noi essere umani, eravamo numericamente di meno, divisi e molto più lontani e non avevamo le tecnologie per ovviare a questa situazione. La mancanza della soluzione relegava il bisogno della socialità a un forte desiderio fagocitato da circostanze di altro tipo come le guerre, l’emigrazione all’estero, un’aspettativa di vita più breve, elementi che frammentavano le famiglie, le microsocietà espressione di una volontà sociale legata comunque a un ambito ristretto e fondamentalmente territoriale.

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