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La famiglia relazionale: la cura oltre la natura

La sociologia definisce “millennials” i nati tra il 1981 e il 1996, cioè prima del millennio, che vengono etichettati come giovani “d’oggi”. Bisogna però stare attenti con le etichette e a non separare troppo facilmente il mondo dei “giovani” da quello degli “adulti” ma pensare invece ad una società nel suo complesso che, pur avendo delle costanti con il periodo precedente, è segnata da cambiamenti epocali. La società contemporanea può essere definita nel suo complesso società millennial, ovvero una società che nelle sue dinamiche relazionali intergenerazionali è segnata da alcuni elementi che la caratterizzano e la diversificano rispetto alla società del passato: la rivoluzione digitale e la precarietà della vita dovuta al cambiamento del mondo del lavoro sempre meno stabile e alienante. In questa società millennial, i millennials non sono solo i figli, i giovani, ma anche i genitori, gli adulti, gli insegnanti, ecc. Vorrei soffermarmi sulle dinamiche relazionali intergenerazionali presenti nella famiglia di oggi qualificabile come famiglia millennial in cui abbiamo, da una parte i figli Hikikomori ( Hikikomori termine giapponese che significa letteralmente “stare in disparte” e viene utilizzato per indicare chi decide di ritirarsi dalla vita sociale rinchiudendosi nella propria abitazione, senza aver nessun tipo di contatto diretto con il mondo esterno, talvolta nemmeno con i propri genitori) e dall’altra parte i genitori con la sindrome di Peter Pan, genitori che, rifiutando l’idea di maturare, assumono atteggiamenti tipicamente adolescenziali, genitori sempre più spensierati, attraenti, palestrati e curati che risultano però profondamente immaturi in quanto incapaci di costruire relazioni responsabili con i propri figli. Il genitore Peter Pan rifiuta il suo ruolo di adulto, rifiuta cioè il passaggio da una dimensione egologica (atteggiamento individualistico che punta esclusivamente alla realizzazione di sé) ad una ecologica propria della genitorialità responsabile ovvero capacità di rispondere agli appelli dei figli, saperli ascoltare. Questo vuoto che si viene a creare in cui non ci sono più ruoli e punti di riferimento, questo vuoto referenziale, viene occupato dai Social che, quindi, non sono la causa del vuoto della società di cui stiamo parlando, ma sono il sintomo, lo specchio di questa società vuota di punti di riferimento relazionali oltre che valoriali. Dov’è il genitore? A fare il figlio. Dov’è il figlio? Chiuso da solo nella sua stanza. Genitori senza figli e figli senza genitori, ecco il vuoto della famiglia millennial. Quindi, se da una parte non si può e non si deve ritornare al mito della natura selvaggia, alla società pre-Social, dall’altra parte però non bisogna confondere il sintomo con la causa: non sono i Social la causa che svuota la società ma questi e il loro utilizzo sono, come già detto, il sintomo. Come può e deve il genitore riempire il vuoto occupato dai Social? Attraverso la relazione, l’incontro genitori-figli, il dialogo che porta alla crescita di entrambi. Infatti non si nasce genitore e neppure figlio, l’essere genitore e figlio non è una questione biologica ma relazionale ed esperienziale: si apprende a fare il genitore, oltre e a prescindere dall’aspetto meramente biologico-naturale, così come si apprende a fare il figlio, in una distinzione di ruoli e compiti, nel dialogo, nell’incontro, nel confronto giornaliero che porta entrambi a crescere rendendo il genitore capace di ascoltare il figlio e il figlio capace di parlare. Il genitore oggi ha delegato il suo compito genitoriale: il prendersi cura. Il prendersi cura genitoriale non significa aver tempo di accudire i figli per cui per poterlo fare bisognerebbe ritornare ad una società patriarcale di stampo preindustriale. Il prendersi cura dei figli coinvolge la vita intera che viviamo, dobbiamo vivere, dovremmo vivere in co-abitazione con i figli: il prendersi cura dei figli va dunque oltre il tempo e lo spazio, anzi la cura, l’amore per i figli colma ogni distanza, cosa che non può avvenire con i Social i quali accorciano le distanze ma non fanno incontrare, non mettono in relazione le persone: solo la cura amorevole può fare ciò. La famiglia relazionale è la risposta alla famiglia millennial: occorre infatti che il genitore trasformi la sua vita da proprietà privata a terra metafisica, oltre il tempo e lo spazio, in cui ogni figlio, come Ulisse, possa approdare dopo l’erranza esiliante nel mondo-Social per co-abitare nel presente con quella “speranza in un passato migliore” che solo un genitore sa trasmettere e con quella proiezione verso il futuro che solo i figli possono dare. Non si nasce genitore o figlio ma lo si diventa, lo si impara e lo si è per sempre oltre il tempo e lo spazio, oltre la vita e la morte e oltre la natura biologica: si è famiglia e si “hanno” figli ogni qualvolta c’è quella cura amorevole che fa co-abitare per sempre genitori e figli riempiendo quel vuoto occupato dai Social.

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