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La fede nel “corpo a corpo della vita”. Pensieri brevi sul pontificato di Francesco

È iniziato da poco l’ottavo anno di pontificato di Francesco. Sono già passati sette anni dall’elezione di Bergoglio che sorprese un po’ tutti a partire dai fedeli che aspettavano in Piazza San Pietro il saluto del nuovo vescovo di Roma. Diversi studiosi e commentatori hanno correttamente affermato che questo non è ancora il tempo per tracciare un bilancio definitivo sul magistero e sul governo della Chiesa dell’attuale pontefice. Tuttavia, possiamo già riscontrare alcune peculiarità di questo pontificato che probabilmente resteranno come segni fecondi per la Chiesa del futuro.

Sin dalle iniziali parole e dai primi gesti, Bergoglio ci ha mostrato una declinazione del cristianesimo da vivere nel “corpo a corpo con la vita in atto” e non da restringere in cenacoli chiusi o analisi teoriche del tutto sganciate dalla storia quotidiana degli uomini e delle donne del nostro tempo. Quello di Francesco è stato, e continua ad essere, un invito rivolto ai credenti a guardare il mondo, la storia e a sintonizzare la fede alle grandi sfide che oggi affronta l’intera umanità.

In questa visione che lega intimamente il cristianesimo alla storia, Francesco riconosce l’importanza del primato della grazia sulle attività più o meno organizzate e riuscite dagli uomini. Talvolta, le iniziative pastorali, invece che l’annuncio del kerygma salvifico, lasciano trasparire la promozione degli apparati o dei singoli che sembrano così destinati a coltivare quasi esclusivamente la crescita di se stessi. Per Bergoglio, si tratta di ritornare o di cominciare ad avere realmente fiducia nell’opera dello Spirito Santo e, quindi, di relativizzare i discorsi sapienti o le grandiosi opere missionarie prodotte dagli uomini. La redenzione dell’uomo e della storia, infatti, non è opera prodotta dai credenti semmai accolta da questi come dono proveniente dal Signore della vita.

Nella proposta cristiana, proprio il primato della grazia si esprime non tanto nelle grandi occasioni di formazione o nei rituali bensì nella quotidianità della vita. A parere di Francesco, è proprio nell’ordinarietà delle esistenze che l’annuncio del mistero pasquale torna realmente attrattivo e aggregante. Una fede nel Cristo capace sia di illuminare la vita sia di generare senso persino nei drammi presenti nelle vicende personali e sociali. Così, quello cristiano diviene un messaggio immerso nella vita reale degli uomini e delle donne delle nostre comunità.

Secondo Bergoglio, immergersi nella realtà significa considerare l’impegno verso i poveri e per la tutela della terra come parte non solo integrante ma costitutiva dell’annuncio del Vangelo. Infatti, una Chiesa capace di dimenticarsi o di mettere in secondo piano le esigenze degli ultimi risulterebbe una comunità infedele al messaggio del suo Maestro. Un annuncio che vede al centro i poveri, gli emarginati e le vittime delle ingiustizie umane. Una buona novella da vivere non tanto nell’ipertrofia degli impegni e delle gerarchie delle strutture ecclesiali quanto nella complessità delle attuali aggregazioni sociali, culturali, politiche, ed economiche. Così per Francesco, l’impegno del cristiano all’interno di realtà plurali come quelle del nostro tempo oltre ad un annuncio anche implicito dell’evangelo di Gesù conduce ad evitare alcuni rischi come l’elitarismo o l’isolamento dal popolo che una fede disincarnata può senza dubbio produrre in qualsiasi momento.

Attraverso Evangelii Gaudium, Laudato sì’, Amoris laetitia, Gaudete et exsultate, Christus vivit, papa Francesco ha annunciato al mondo un cristianesimo che evita di identificarsi con particolari culture o regioni, che non insegue battaglie particolaristiche, che non si difende dall’assedio della contemporaneità e della diversità, che non ricerca la tranquillità e la sicurezza ma che, invece, riserba per il mondo un grande racconto destinato ad aprire orizzonti, a dare significati, profondità e speranza all’umanità afflitta da numerose preoccupazioni. Così la prospettiva di Bergoglio, avanzata nei sette anni di pontificato appena trascorsi, sembra già profilarsi come uno di quei lasciti sostanziosi in grado – al di là di qualsiasi esito di ipotetici bilanci temporanei o definitivi – di fecondare in un modo o in un altro il futuro della Chiesa e del cristianesimo. Per ripensarsi nei prossimi decenni, cristianesimo e Chiesa dovranno prendere sul serio gli insegnamenti e lo stile di Francesco dai quali non si potrà prescindere se non si vorrà tornare indietro con la storia.

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