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La scuola: luogo prioritario di educazione alla pace

Che cos’è per te il coraggio? Il coraggio è credere nel futuro.Non è la frase di un filosofo o di un letterato. È la risposta di un bambino di undici anni a una domanda fatta dalla maestra. Il coraggio è credere nel futuro… In questo periodo storico è una frase che assume un peso incredibile e spalanca con urgenza la porta a una domanda dolorosa: che proiezioni sul futuro stiamo dando ai giovani? La pandemia aveva già minato molte sicurezze e ad essa sono seguiti subito gli allarmi relativi alla precaria salute del pianeta e le tensioni dovute a guerre “lontane” come quella in Afganistan e vicine come quella tra Russia e Ucraina. Ancora una volta la scuola si trova a gestire qualcosa di grande che si lega prima di tutto alla dimensione emotiva degli studenti che avvertono intorno a loro una società che vacilla, che perde i suoi contorni ben definiti, che inquieta. Tra le fragilità lasciate da un virus che ha cambiato la vita di tutti imponendo distanziamenti e mascherine, la ricostruzione delle relazioni umane si scontra con venti di guerra che spazzano via la speranza appena conquistata.Cosa raccontiamo ai nostri alunni e alle nostre alunne? Come spieghiamo quello che sta accadendo? Che immagine costruiamo per loro del futuro quando anche noi adulti ci sentiamo annichiliti?

Aiuta i più grandi a capire la realtà insegnando loro a raccogliere informazioni, a sviluppare una capacità critica, a riflettere in modo sempre più profondo sul presente. Gestisce l’ondata emotiva attraverso la condivisione di cultura e lo studio di quanto possono spiegare la geografia e la storia dei popoli.

Avvolge i più piccoli in un’atmosfera di fiducia e ascolto. Li rassicura perché hanno bisogno di adulti che sappiano sopire le paure, che combattano per loro il mostro che si nasconde negli angoli bui del loro piccolo mondo. Porta esempi positivi di persone che aprono le porte delle loro case ai profughi, che salvano le vite tra le macerie di un conflitto che, come tutte le guerre, non avrà vincitori.

Le storie che raccontiamo ai bambini spesso hanno una morale. Ebbene, anche le vicende umane racchiudono un insegnamento. In questo periodo così travagliato e sofferto emerge la vulnerabilità dell’umanità, ma anche il libero arbitrio di ciascuno. L’uomo può scegliere il bene o il male. Può coltivare la pace rifiutando ogni forma di oppressione oppure può diventare carnefice e protagonista della guerra. È una scelta difficile, a volte compiuta con fatica perché la strada da seguire può non essere sempre chiara e ben tracciata. Promuovere una cultura della pace fin dalla tenera età diventa lo strumento più potente che possediamo come educatori. La scuola è un ambiente in cui l’altro non è un nemico e dove il conflitto può trovare risposte diverse dalla violenza.

Scrive Oriana Fallaci nel celebre libro “Insciallah”, edizioni BUR: «Il vero soldato mente a sé stesso quando dice di odiare la guerra. Egli ama in modo profondo la guerra. E non perché sia un uomo particolarmente malvagio, assetato di sangue, ma perché ama la vitalità che (per quanto paradossale possa sembrare) la guerra porta dentro di sé. […] Sul palcoscenico della gran commedia che ha nome “pace” il mistero non esiste. Sai già che lo spettacolo si compone di alcuni atti e che dopo il primo atto vedrai il secondo, dopo il secondo vedrai il terzo: le incognite riguardano solo lo sviluppo della storia narrata e il suo epilogo. Sul palcoscenico della gran tragedia che ha nome “guerra”, invece, non sai mai che cosa accadrà. Che tu ne sia spettatore o interprete, ti chiedi sempre se vedrai la fine del primo atto. E il secondo è una possibilità. Il terzo, una speranza. Il futuro, un’ipotesi». Ebbene, la scuola allora deve essere orgogliosamente il luogo dove far capire che la pace non è una commedia prevedibile e noiosa, ma è la storia di chi ama la vita e la protegge con coraggio e determinazione.

Promuovendo l’ascolto reciproco e l’empatia non risolveremo i problemi della politica internazionale, non faremo cessare le guerre in corso, ma forse saremo riusciti a evitare che sul palcoscenico della vita vadano ancora in scena tragedie chiamate guerra. Magari avremo messo le basi per un futuro diverso nel quale un bambino di undici anni non avrà più il timore di proiettarsi immaginando solo oscurità e incertezza.

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