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“La scuola siede tra passato e futuro”: intervista a Vanessa Roghi, storica della cultura<br>e autri

Più modelli educativi convivono assieme, più la scuola è vivace e democratica: la vera sfida è abitare la complessità del pluralismo democratico. Senza insegnanti esperti e di serie B, ma tutti, alla pari, nella stessa comunità educante e dialogante. E’ la posizione di Vanessa Roghi, storica della cultura e autrice televisiva, che recentemente a Trento, nel contesto dell’Agosto degasperiano 2022, organizzato dalla Fondazione Alcide De Gasperi, ha tenuto un incontro. Il titolo della sua conferenza riprendeva una frase che don Lorenzo Milani scrisse in “Lettera ai giudici”: “La scuola siede tra passato e futuro”. “E’ essenziale conoscere la storia della scuola – dice Roghi spiegando le parole di Don Milani – per agire e trasformarla, a partire dalle necessità della contemporaneità. Non per guardare al passato con nostalgia o rimpianto: non esiste un’età d’oro da preservare. Viviamo invece in un sistema scolastico con momenti di eccellenza a cui continuare a guardare per andare avanti. Mi riferisco soprattutto alla scuola repubblicana e democratica. Inoltre, come diceva Gianni Rodari, “i bambini vengono dal futuro”. Quando li guardiamo vediamo ciò che ancora deve accadere. Noi non conosciamo cosa verrà con loro: dobbiamo pensarli come un incognita. Per questo mi pare molto interessante la suggestione di don Lorenzo Milani: nella “Lettera ai giudici” invita a guardare la tradizione con occhio critico e a metterla in discussione nel momento in cui non risponde più alle esigenze del momento attuale e di quei bambini che rappresentano il futuro.

Serve alla scuola un modello educativo comune, un criterio che unisca l’attività e l’impegno degli insegnanti? Non esiste un modello educativo valido in modo assoluto. Il problema della scuola è che si viaggia a velocità diverse. Ci sono insegnanti che sembrano usciti da un libro di De Amicis, altri che hanno appena scoperto la riforma Gentile, altri ancora in grado di vivere nella contemporaneità, e per finire ci sono i docenti rivolti al futuro. Tutto ciò ha a che fare con la preparazione degli insegnanti e aprirebbe una discussione infinita. Il mio parere invece, da storica, è che la presenza di più modelli educativi sia una ricchezza. Nel momento in cui si è provato ad avere un unico modello educativo, durante il fascismo, l’idea di società emersa non era certamente democratica. Ci sono anche molte famiglie a chiedere che la scuola abbia criteri di insegnamento e valutazione uniformi. Mario Lodi, pedagogista e insegnante innovativo, quando i genitori si lamentavano con lui perché i propri figli avevano insegnanti troppo tradizionali, rispondeva loro che la scuola non deve riprodurre completamente le aspettative delle famiglie. Gli esseri umani, a partire dai bambini, devono essere abituati a confrontarsi con diversi punti di vista. Il vero problema è educare a rispettare le asperità di questi punti di vista: un obiettivo che gli insegnanti dovrebbero porsi, a partire innanzitutto da se stessi. Prendendo in considerazione la diversità di prospettive educative, gli uni degli altri: in una scuola ci possono essere posizioni diverse, ma tutte rispettabili e aperte al confronto. Qualsiasi prospettiva educativa quindi a suo avviso è accettabile? Chiaramente escludiamo gli atteggiamenti umilianti e violenti: ma dentro la pluralità delle proposte pedagogiche la possibilità di discutere è essenziale. Non penso sia desiderabile una scuola dove tutti i docenti camminino all’unisono. Il tema non è quello del modello educativo: dovremmo concentrarci sulla capacità di produrre una società veramente pluralista. Chi ha un approccio montessoriano, ad esempio, non può esimersi dal discutere e confrontarsi con altri insegnanti che non applicano il suo metodo. Cosa ne pensa della figura del “docente esperto” che il Ministero dell’Istruzione vorrebbe introdurre per valorizzare la carriera degli insegnanti? Innanzitutto credo che tutti gli insegnanti dovrebbero essere “esperti”. Mi fa impressione pensare una scuola dove ci siano docenti più esperti degli altri e per questo gratificati dal punto di vista economico. Esiste un problema molto serio di stipendi e formazione degli insegnanti: l’introduzione del docente esperto però mi sembra un escamotage molto ingiusto, in grado di dividere la categoria e guidarla attraverso figure ritenute migliori di altre. A mio avviso il modo intelligente di pensare alla scuola è ritenerla una comunità tra pari, dove le persone lavorano assieme e tutti sono espertia.

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