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La vicinanza empatica alla “Vite fragile” in tempo di pandemia

A colloquio con Mariapia Veladino, filosofa e teologa, già preside a rovereto

Non può essere l’eroismo di pochi a occuparsi della vecchiaia malata. Le malattie delle persone anziane come l’Alzheimer hanno bisogno di una rete sociale per essere affrontate. Ma anche di un cambiamento di mentalità: abbandonare l’efficientismo autosufficiente per scoprire la cura e la vicinanza empatica alle “vite fragili”. Sono alcuni dei temi che emergono da “Adesso che sei qui” ultimo romanzo di Mariapia Veladiano. Vicentina, laurea in filosofia e teologia, già preside a Rovereto, collaboratrice de “La Repubblica” e “Il Regno”.

Il romanzo prende avvio dalla fragilità di Camilla: l’Alzheimer, considerata la malattia che annichilisce l’identità con la perdita della memoria. Nel racconto invece si parla di persone più che di identità individuali perdute, di affetti ed emozioni, più che di storie ed eventi da recuperare e preservare.

“C’è un’espressione americana che definisce la malattia di Alzheimer come “la morte che si è dimenticata indietro il corpo” – ci ha detto la scrittrice – credo sia una definizione tremenda: vuol dire che non c’è niente dentro la mente di un malato di Alzheimer. È chiaro che è un’espressione che nasce dalla paura nei confronti di una malattia che si manifesta in una forma che non siamo attrezzati ad accogliere. Il nostro mondo occidentale ha bisogno di persone sane, mediamente giovani ed efficienti, lavoratrici e consumatrici. Ogni tipo di fragilità rispetto al modello fa paura perché non sappiamo in quale casellina della nostra vita collocarla. Ma la vita fragile è vita. Si tratta di imparare a riconoscere forme diverse di relazione rispetto a quella autosufficiente e superefficiente”.

Quanto c’è di autobiografico nel romanzo?

“Nulla in senso stretto. La storia d’amore fra Andreina e zia Camilla che si ammala di Alzheimer mi è stata affidata da una giovane signora trentina che ha fatto la scelta di tenere a casa la zia malata e da qui è nato un mondo nuovo di relazioni felici. Poi intorno a questo nucleo sono confluiti elementi di altre storie che avevo vissuto da vicino o che mi erano arrivate. I romanzi prendono frammenti di realtà e li trasformano in narrazioni in cui molti, moltissimi possono ritrovarsi. È la bella magia della letteratura”.

La protagonista, Andreina, fa una scelta che molti definirebbero molto “dura”: tenere con sé, in casa, la zia Camilla, invece di metterla in un istituto.

“Restituisce il dono. Lei è stata allevata da zia Camilla in un contesto felice di libertà e fiducia. Quando zia Camilla diventa fragile, lei restituisce il dono. Noi spesso non lo facciamo. Prendiamo prendiamo e poi diamo per scontato abbandonare perché non potei mai farcela, ho i figli, ho il lavoro. Qui Andreina riesce nel suo proposito perché apre la sua casa e la sua vita al nuovo che viene. Un girotondo di donne la aiuta, ma non in un rapporto di sfruttamento economico o dipendenza. Tutte le donne che arrivano ad aiutare ci arrivano con la loro vita tutta intera. Una di queste entra in casa addirittura con i propri due figli. Solo così va bene. Nessuno qui sacrifica sé stesso eroicamente. Non può essere l’eroismo la risposta a una vecchiaia malata che è tutto sommato un evento molto comune e ordinario. Semplicemente tutti vivono in modo diverso e alla fine la vita di tutti è migliore. Pensiamo mai a quanto ci cosa emotivamente segregare i nostri cari nelle strutture, quando sono malati? È tutta vita sottratta a noi e a loro.

Quali domande Andreina deve evitare di porre a sua zia Camilla?

Quelle che sottolineano mancanze e fragilità. Zia Camilla non ricorda bene, e allora è inutile cercare di mettere in ordine i suoi ricordi chiedendole di stare attenta, di sforzarsi. Poi in realtà Andreina scopre che la memoria degli affetti è intatta. L’amore per lei, l’avversione per le sorelle, la relazione meravigliosa con il marito Guidangelo. Tutto questo è intatto e allora Andreina impara a chiedere in modo giusto: Quanto ti voleva bene lo zio, vero Camilla? E così via.

A suo avviso cosa serve per aiutare le famiglie che si trovano con una persona malata di Alzheimer? Nello specifico: c’è una bella differenza tra una famiglia benestante e una malmessa economicamente nell’affrontare la malattia?

“Intanto va detto che questa differenza dovrebbe essere del tutto compensata dalla società. Se non avviene vuol dire che il modello sociale di convivenza è sbagliato. Poi credo che la differenza vera la faccia la propensione a lasciarsi aiutare davvero. Aprire la casa a relazioni non codificate. A volontari e progetti istituzionali.”

Come scrittrice questo tempo di pandemia e isolamento le è servito a qualcosa?

Per ora proprio no. Ammiro chi ha saputo trarre ispirazione per la scrittura. Io ho letto molto e ho visto molti film, ma scritto nulla. Ho bisogno di movimento, spazio. Di montagne. Scrivo in montagna di solito, e il confinamento mi ha sorpresa in pianura. Sarà forse per questo.

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