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PER UNA LETTURA CRITICA DEL TEMPO PRESENTE

“Il tempo ha una dimensione etica segnata dalla responsabilità degli uni nei confronti degli altri”.

Per G.W.F. Hegel, compito della filosofia è quello di “comprendere il presente col pensiero” e non quello di comprendere un tempo che non c’è ancora ovvero il futuro, un futuro che possiamo forse prevedere, auspicare ma di cui non possiamo averne conoscenza certa e dunque comprensione. Dal punto di vista esistenziale bisogna comprendere e vivere il tempo presente e non fuggirlo con atteggiamenti culturali, sociali e politici alienanti perché solo vivendo questo nostro tempo presente, possiamo lasciare in eredità ai posteri, non un tempo neutro, ma il nostro presente vissuto che diventerà il futuro come tempo presente degli altri: il tempo in fondo è un eterno presente che si proietta in avanti nel momento in cui viene vissuto; noi siamo contemporaneamente figli e padri del tempo presente, figli che trovano un tempo da vivere e padri che ne lasciamo in eredità uno da vivere: il tempo dunque ha una dimensione etica segnata dalla responsabilità degli uni nei confronti degli altri. Per Isidoro Di Siviglia, l’etimologia rappresentava lo strumento della comprensione dell’idea che tramite questa veniva espressa: l’etimologia delle parole può aiutarci a capire il tempo presente, un tempo segnato dalla provocazione che mette in crisi. Il vocabolario della Treccani ci dice che Provocare deriva dal lat. provocare, comp. di pro-1 e vocare «chiamare», propr. «chiamare fuori», da cui il significato di spingere, chiamare fuori con la parola o con il gesto un comportamento; Crisi, sempre secondo lo stesso vocabolario, deriva dal lat. crisis, dal gr. krísis ‘scelta, decisione’, der. di κρίνω «distinguere, giudicare». Sono tante le provocazioni del tempo presente che ci mettono in crisi, ma una in particolare oggi risulta essere più provocatoria rispetto alle altre: “chi di voi è senza vaccino scagli la prima pietra”. La società di oggi non è forse vaccinata contro il virus dei migranti e resa immune all’accoglienza? Non siamo forse vaccinati contro il virus del bene comune e resi immuni alla legalità, all’antimafia, alla cooperazione, alla solidarietà, alla giustizia sociale, avendo sviluppato gli anticorpi dell’individualismo, dell’“approfittamento”, dell’arrivismo in nome di un personale e personalistico benessere da raggiungere anche a discapito degli altri, sfruttandoli e ignorandoli, senza vivere mai per e con gli altri? Non siamo forse vaccinati contro il virus della sobrietà e resi immuni al consumo critico e solidale, ai nuovi stili di vita, avendo sviluppato gli anticorpi del consumismo, del materialismo contro ogni forma di ecologismo, di ricerca di beni spirituali, di rispetto dei più deboli e degli ultimi del pianeta? La società di oggi non è forse vaccinata contro il virus delle competenze, della fiducia nelle istituzioni e resa immune alla speranza, vista sempre più come un virus da combattere in quanto richiede sinergia, collaborazione, meritocrazia, fatica e impegno rispetto al tutto e subito? Non siamo forse vaccinati contro il virus della diversità e resi immuni al riconoscimento del volto dell’altro, in quanto altro, avendo sviluppato gli anticorpi del pensiero unico, massificante, dominante e lobbista che annulla ogni diversità, rendendoci merce, numeri, categorie, generi neutri e non più persone che trovano nella diversità la loro ricchezza? Non siamo forse oggi vaccinati contro il virus dello Stato, delle regole e resi immuni alla convivenza, all’armonia delle libertà individuali grazie alla Costituzione e alle leggi, avendo sviluppato gli anticorpi delle libertà individuali contro il virus delle libertà sociali, delle libertà di tutti e non solo nostre? Non siamo immuni alla libertà “per”, vivendo ormai con l’ossessione di liberarci sempre “da” qualcuno o qualcosa? Dovremmo farci “provocare” dal tempo presente, “uscire fuori da noi stessi” e avere la capacità di guardarci intorno e renderci conto che quei virus contro cui ci siamo vaccinati non sono altro che le nostre insicurezze, i nostri mostri interiori. In fondo, tutti vogliamo essere immunizzati da qualcosa, da ciò che ci spaventa, da ciò che non conosciamo, da ciò che mette in discussione le nostre certezze, dalla diversità contro cui ci vacciniamo senza polemiche e proteste purché questo porti al nostro personale benessere che perseguiamo etichettando l’altro come virus, come minaccia che ci toglie spazio geografico, economico, lavorativo, esistenziale. Ebbene, fino a quando l’altro non sarà più visto come un virus nei cui confronti vogliamo vaccinarci per essere immuni e liberi da qualsiasi responsabilità relazionale, solidale e sociale, l’etimologia del tempo presente sarà segnata da una provocazione che mette in crisi: “Chi di voi è senza vaccino scagli la prima pietra”. Bisogna uscire fuori da noi stessi, incontrarci e insieme giudicare il tempo presente per costruire un futuro più umano dove gli altri non siano visti come il virus, ma l’unica possibilità che abbiamo per vivere da uomini e lottare insieme contro i veri virus della società contemporanea che deturpano l’uomo e la sua dignità, la società, i territori, il pianeta: il capitalismo neoliberista e le mafie.

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