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Per una nuova etica della pace

La pace è uno dei valori che tumultua nel cuore dell’uomo in modo forte e deciso. La pace è da tutti desiderata, ricercata, amata, ma, forse, non sempre testimoniata e costruita adeguatamente. Quale pace? E’ questa la domanda che il cristiano del nostro tempo è chiamato a farsi nella interiorità della sua coscienza, cercando di lasciarsi illuminare dalla Rivelazione biblica e dal vangelo. Non c’è dubbio che pur parlando tutti di pace, spesso le prospettive di osservazione sono alquanto diverse: esiste infatti tra molti una concezione negativa della pace, nel senso che viene intesa come mera assenza di guerra, o come valore da salvaguardare più che per motivi ideali ed evangelici per paura che si possano perdere privilegi acquisiti, tant’è che non mancano coloro i quali pur dichiarandosi contrari , a priori, ad ogni conflitto, non si dimostrano capaci di denunciare menzogne ed ingiustizie, proprio per non rischiare di urtare interessi e poteri a vari livelli: politico, economico, ideologico, religioso. In questa prospettiva negativa sono da includere anche coloro che parlano di pace armata, una pace che presuppone la difesa del nemico da annientare, e di pace diplomatica e politica, una pace, cioè, che né parte dal cuore né guarda al bisogno di costruire dal basso una cultura di pace attraverso la partecipazione popolare, ma soltanto a processi che fanno leva sui compromessi, i negoziati, le intese a livello verticistico e gerarchico. Fortunatamente nel nostro tempo sta imponendosi ,decisamente, anche una concezione positiva della pace, una pace, cioè, che comincia ad essere coniugata con la denuncia delle ingiustizie, con l’attenzione al rispetto dei diritti delle persone e dei popoli , e che, soprattutto, al di là degli strumenti diplomatici e istituzionali, tende a diffondere una cultura di pace fondata non sulle armi ma sulla non violenza attiva.

Il pensiero biblico sulla pace

La Rivelazione biblica ci offre sicuramente significativi spazi di riflessione sulla pace. Lo shalom ebraico risuona insistentemente nell’esperienza dei profeti.( 29 volte in Isaia, 31 in Geremia, 27 nei Salmi), i quali invitano a non confondere la pace come dono di Dio con le forme mondane, fragili ed illusorie della pace( cfr. Ez. 13,10) ; non solo, ma testimoniano apertamente di non condividere visioni di pace legate esclusivamente ad alleanze politiche con popoli ritenuti più forti(egiziani o assiri) e svincolate da un preciso impegno di conversione personale e di attenzione alla pratica della giustizia verso i deboli, i poveri e gli oppressi. In altri termini, l’Antico Testamento ci mette di fronte una concezione positiva, globale e di ampio respiro del valore della pace, facendola strettamente interagire con la ricerca della giustizia: da qui la definizione di Isaia della pace come “opera della giustizia”(Is 32,17) . Dunque, il cristiano del nostro tempo che vuole operare una approfondita riflessione sulla pace non può non seguire le seguenti vie che provengono dalla rivelazione: a)la via teologale: la pace è dono di Dio (Sl 85,9)e , come tale, bisogna invocarlo costantemente con la preghiera; b)la via messianica: la pace è un dono che arriva a noi attraverso il Re-Messia, il Cristo, principe della pace(Is 11,1-9; Ger 23,5-6) ; c)la via etica e sociale: la pace non è solo un dono che viene dall’alto, ma è anche un compito del credente, cioè un impegno dell’uomo per realizzarla nella società (cfr. Is 2,2-5); d)la via escatologica: la pace piena sulla terra non potrà mai esistere a causa delle infedeltà dell’uomo; solo nell’eternità , nonostante la fragilità degli uomini, Dio la realizzerà pienamente e totalmente. Gesù Cristo, con la sua vita, porta a piena compimento il messaggio dello shalom; anzi. egli stesso si dichiara re della pace e nel contesto storico-politico del suo tempo(l’occupazione romana) si fa annunciatore del regno di Dio manifestando palesamente di essere contrario a resistenze armate , a gesti di violenza , come pure a forme di rassegnazioni passive di fronte al male e alle ingiustizie. Gesù, in pratica, esalta in modo radicale il primato dell’uomo , tant’è che la sua proposta di pace si muove in due direzioni molte difficile e impegnative non solo per Israele ma per l’uomo e la società di ogni tempo: il perdono senza limiti (Mt 18,21-22) e l’amore dei nemici (Mt 5.43-48), gesti che Egli stesso, in prima persona, ha incarnato e testimoniato fino a patire la croce divenendo vittima di una ingiusta e atroce violenza.

Per una nuova etica della pace

Storicamente la prassi ecclesiale ha avuto la piena consapevolezza di non essere stata in grado di tradurre in atto l’esempio del Maestro; dopo i primi tre secoli, l’etica della pace si è mossa in una direzione più umana che divina a causa dei grandi cambiamenti politici e religiosi, tant’è che la coscienza ecclesiale ha perduto man mano quella tensione ideale della prima cristianità, considerando la pace incarnata da Gesù una utopia e, di conseguenza, assuefacendoci all’idea della sola pace possibile: la pace negativa, concepita con gli equilibri e i negoziati diplomatici, e ritenuta in diversi casi anche “giusta” , così da legittimare il ricorso alle armi e alla guerra. Una nuova svolta si è avuta con l’enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII , la cui lezione è approdata poi al Concilio Vaticano II, che, infatti, ha riportato l’attenzione della Chiesa sulla fondazione biblica e accezione teologale e cristica della pace. Con il Vaticano II, in pratica, l’insegnamento magisteriale si è connotato di interventi più in linea con le indicazioni del vangelo, pur se delle divergenze ancora si colgono circa il modo di interpretare la prassi pacifista: da una parte c’è una riflessione ecclesiale che ritiene ancora l’intervento armato un male minore da tollerare a certe condizioni, mentre dall’altra c’è tutto un movimento pacifista che viene incoraggiato ad assumere la prassi della non violenza , considerata una speranza fondata sulla radicalità evangelica. Nessuno può nascondere che non sempre è facile rispondere a domande che interpellano quotidianamente la coscienza del cristiano: quale pace? Quale difesa? Quale resistenza opporre a coloro che ostacolano la pace? Quale educazione e cultura per la pace? Sono domande impegnative le cui risposte non appaiono univoche in tutti coloro che vogliono la pace; pur tuttavia, è vero che se la coscienza ecclesiale continuerà a muoversi cercando di armonizzare “profezia e diplomazia”, “calcolo e utopia” nella riflessione sulla pace, sarà difficile aprire orizzonti ad una nuova etica della pace. La risposta di Gesù alle domande è stata, purtroppo per noi, radicale, senza compromessi né equilibrismi: Lui ha risposto alla violenza con l’amore, il perdono e la misericordia. Lui ha scelto la non violenza, che non ha voluto dire rinunciare a ogni lotta contro il male; la non violenza, anzi, è una lotta più attiva e reale, sul piano morale, della legge del taglione, Gesù ha scelto la non violenza, che nella sua vita non ha significato atteggiamento passivo, quietista, rassegnato, di sterile deplorazione, ma un atteggiamento e una prassi centrati sull’amore e il persona come forza in grado di contestare ogni sistema di vita fondato sul disprezzo dell’uomo e dei valori.

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