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QI e QE Binomio di forza intellettiva

Immediatezza, prestazione ed efficacia.

Sono queste le spinte sociali che spesso fanno sentire oppressi adulti e bambini.

La velocità del cambiamento e del progresso non riguarda solo aspetti modaioli o superficiali, bensì anche profondi nodi riguardanti l’incremento delle proprie capacità cognitive e personali che possano assicurare più successo personale.

La logica del “più studio, più divento intelligente” ha per molto tempo attanagliato il mondo del lavoro e della scuola, luoghi predisposti all’esibizione delle proprie capacità intellettive.

Per molto tempo avere un alto livello di QI (quoziente intellettivo) è stato visto come il fattore principale di successo fin quando i ricercatori, chiedendosi se l’intelligenza fosse un prodotto dei geni o dell’ambiente, si resero conto che essere dotati di una grande QI non dava alcuna garanzia di successo nella vita.

Risultò limitante misurare l’intelligenza umana soltanto tramite il QI, che venne quindi affiancato dal QE (quoziente emotivo) rappresentante del concetto di intelligenza emotiva.

L’intelligenza emotiva fu introdotta per la prima volta nel 1990 dai professori P. Salovey e John D. Mayer nel loro articolo “Emotional Intelligence” ripreso poi dal noto psicologo D. Goleman, che definì le cinque componenti emotive del QE: consapevolezza, autocontrollo, motivazione, empatia e abilità sociali. 

Ponendo attenzione a queste è possibile notare come in realtà esse rappresentino gli ingredienti chiave non solo del successo e del benessere personale, ma anche di quello familiare, scolastico e lavorativo.

L’importanza di introdurre tra i banchi scolastici questo concetto deriva dagli studi di Goleman&Co, secondo cui l’intelligenza normalmente intesa è in grado di predire il successo scolastico e occupazionale solo per il 10-20% della variabilità totale del fenomeno, mentre il restante sembrerebbe dipendere da altri fattori tra cui il controllo emotivo, la capacità di cooperazione e il livello di efficacia ed efficienza.

Tali caratteristiche, incrementabili fin dall’infanzia in ogni individuo, permettono di stimolare risorse personali e relazionali che favoriscono il successo individuale contribuendo a migliorare il benessere degli studenti, la comunicazione tra individui e il raggiungimento degli obiettivi previsti e desiderati.

Assicurare contenuti didattici arricchiti di intelligenza emotiva significa rendere protagonisti i giovani della loro formazione per diventare poi adulti sicuri e positivi.

Al contrario l’analfabetismo emozionale induce a conseguenze quali: aggressività, difficoltà relazionali, depressione, disturbi del comportamento, dipendenza.

Scarse risorse economiche delle scuole e la pressione sui ragazzi a migliorare i loro risultati scolastici, lasciano però spesso insegnanti ed educatori di fronte ad una dicotomia: nutrire e accrescere il loro potenziale umano o aiutarli a raggiungere risultati di performance?

Prove convincenti dimostrano che fortunatamente la scelta non è richiesta dato che i due poli si riescono a influenzare reciprocamente.

La costruzione di un clima umano positivo e la valorizzazione delle emozioni permette:

  1. L’attivazione dei processi cognitivi e metacognitivi rendendo l’apprendimento autentico

  2. L’aumento della motivazione riguardo ad una formazione positiva per la propria persona

  3. Il coinvolgimento, il dialogo, la fiducia, la comprensione come risultato dello stimolo delle emozioni;

  4. Il miglioramento della relazione insegnante-allievo,

  5. La spinta alla crescita personale e al il cambiamento,

  6. La valorizzazione del gruppoclasse come luogo cui le emozioni più si manifestano.

In conclusione, possiamo dire che la didattica, per essere efficace, deve includere la dimensione emozionale nei suoi processi, ponendo massima attenzione allo spazio interiore, alla valorizzazione di ogni forma di diversità e alla formazione di essere umani completi: bambini oggi, adulti domani.

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