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“SENTINELLA, QUANTO RESTA DELLA NOTTE?”

«La domanda sul senso della vita, su quanto resta della notte, può e deve scardinare i due fondamenti teorici di ogni guerra moderna».

Scrivere un articolo mentre fuori incombe il pericolo di una guerra atomica non è facile, qualsiasi cosa si voglia dire o scrivere risulta essere fuori tempo, fuori contesto, quasi inutile rispetto alla drammaticità e all’imprevedibilità di una guerra in atto. La difficoltà principale è data dal fatto di trovarci in piena “notte” e quando ci si trova nella “notte” una sola è la domanda del cuore umano: «Oracolo sull’Idumea. Mi gridano da Seir: “Sentinella, quanto resta della notte? Sentinella, quanto resta della notte?”. La sentinella risponde: “Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!”» (Is 21,11-12).

La nostra vita, il nostro vivere essendo un continuo divenire ed esistere esperienziale è sempre un’“esistenza implicita”, mai “esplicita”, mai pienamente compiuta, definitiva, pienamente felice, ma sempre bisognosa di essere ricompresa, di essere valutata, un’esistenza in cui inevitabilmente ci chiediamo sempre “quanto resta della notte”, interrogativo che ci poniamo davanti alle notti della nostra vita.

In questo passo del profeta Isaia, la risposta della sentinella alla domanda “quanto resta della notte?” è enigmatica e sembra rimandare a quella continua ricerca del senso della nostra vita e del nostro esserci nel mondo: il senso della vita è nella ricerca stessa del senso, la risposta è nel continuo domandare data l’incompiutezza e l’“esistenza implicita” della nostra vita

Oggi, di fronte alla guerra in atto siamo ancora in grado di domandare? Uccisa la sentinella, è morto il gesto antropologico del “domandare”. Di fronte alla “notte” calata con la guerra, mancano le domande. Con la cristi delle certezze e dei fondamenti, non essendoci più un senso-fondamento della realtà, viviamo nell’incapacità di chiederci il perché, non della guerra che non ha un senso, ma della vita. Senza domande sul senso e sul perché della vita qualsiasi risposta armata è lecita in quanto questa non risponde, appunto, a nessuna domanda sulla vita: non essendoci un senso della vita, qualsiasi vissuto, persino una guerra, se giustificata, è lecita. La guerra diventa forma di vita, riempie quel vuoto di senso secondo la logica del più forte che impone un proprio senso alla vita e alla storia.

Il pericolo consiste dunque, non solo nel fatto che il non senso e l’irrazionalità della guerra prevalgano sulla vita, ma che attraverso la ricerca delle sue ragioni-giustificazioni, attraverso un nostro schierarci, cadiamo nell’illusione di rimedi facili e di scorciatoie per uscire dalla notte:«Ritornando ora all’oracolo di Isaia, e preso atto che esso parla di notte, e di notte fonda, dobbiamo ancora soggiungere che esso non lascia grandi speranze ai suoi interpellanti: ma con voluta ambiguità, annunzia sì il mattino, ma anche subito il ritorno della notte. L’oracolo del profeta non vuole alimentare illusioni di immediato cambiamento, e anzi invita a insistere, a ridomandare, a chiedere ancora alla sentinella, senza però lasciare intravedere prossimi rimedi» (Giuseppe Dossetti, Sentinella, quanto resta della notte? Commemorazione di Giuseppe Lazzati nell’anniversario della morte. Milano 18 maggio 1994).

Sentinella quanto resta della notte? Ovvero qual è il senso della vita? Fino a quando non ritorneremo a domandare, sarà impossibile uscire dalla notte della guerra. Se la vita, infatti, avesse un senso, la guerra, in quanto negazione di quel senso, risulterebbe insensata e invece oggi di fronte all’assenza della domanda di senso, si giustifica la guerra quando questa, invece, come ci ricorda Giovanni XXIII:«in un’epoca come la nostra che si gloria dell’energia atomica, è fuori dalla razionalità (alienum est a ratione) pensare che la guerra sia uno strumento adatto per restaurare i diritti violati» (Pacem in terris, 67). La Pacem in terris, enciclica dedicata al tema della pace, supera la distinzione classica tra guerra giusta e ingiusta (la teoria della guerra giusta), attestando la Chiesa su un rifiuto globale, nell’era atomica, della guerra. Inoltre la stessa enciclica, relativizza il valore degli Stati sovrani, insistendo sulla necessità che si aprano alle esigenze della comunità internazionale.

Soltanto la domanda sul senso della vita, su quanto resta della notte, può e deve scardinare i due fondamenti teorici di ogni guerra moderna: la teoria di una guerra giusta e giustificabile e il sovranismo nazionalista che ha proprio nella “logica dei confini” la giustificazione di ogni futura guerra

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