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UNIONE EUROPEA: RICORRENZA VALORIALE PER LE NUOVE GENERAZIONI

Il prossimo 9 maggio celebreremo, come tutti gli anni a partire dal 1996, la Festa dell’Europa che prima si celebrava il 5 maggio, in memoria della fondazione del Consiglio d’Europa (5 maggio 1949). Questa ultima data è simbolicamente legata a due avvenimenti storici cruciali:

il 9 maggio 1945 corrisponde al nefasto epilogo della seconda guerra mondiale, che al Vecchio continente aveva causato morte, catastrofi e distruzioni, oltre ad aver avviato il funesto tentativo di annientare interi popoli, come quello slavo ed ebreo, con la Shoah. Tuttavia la resa incondizionata di tutte le forze tedesche agli alleati fu firmata il 7 maggio 1945 e la fine totale di tutte le operazioni militari avvenne alle ore 23.01 dell’8 maggio 1945 che, a motivo del fuso orario, in Unione Sovietica (odierna Federazione Russa) corrispondeva al 9 maggio; il 9 maggio 1950 (cinque anni più tardi) è, invece, la data in cui venne tracciato il nuovo percorso dell’Europa con la Dichiarazione Schuman, che segnò l’avvio della prima Comunità europea, la CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio), che entrò in vigore il 23 luglio 1952, con il Trattato di Parigi del 18 aprile 1951.

Al centro di questo giorno, anche se in due anni diversi, si ebbe, quindi, uno storico spartiacque che avrebbe dovuto dirigere e orientare l’Europa dalla guerra alla pace e dalla divisione all’unità e questo percorso nuovo fu ben delineato dalla famosa Dichiarazione, che porta il nome del suo autore il ministro degli esteri francese Robert Schuman: “L’Europa non è stata fatta: abbiamo avuto la guerra. L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto. L’unione delle nazioni esige l’eliminazione del contrasto secolare tra la Francia e la Germania”. Come a significare che l’Europa era da secoli sempre stata in guerra a motivo della sua divisione interna e che l’unica strada che portasse alla pace era quella dell’unificazione degli Stati che ne componevano il continente.

In questa asserzione echeggia la reale vocazione del continente europeo, che con le sue variegate e diverse culture, lingue e tradizioni, nel suo intimo ha sempre anelato più all’unità piuttosto che alla divisione. Infatti, l’Europa da millenni ha conosciuto la guerra a causa della egemonica predominanza di un popolo sugli altri, di un profondo imperialismo, di una desolante mania di supremazia sulle popolazioni straniere e di una spudorata brama di espansione dei propri confini, sia per il timore della diversità, che per sete di potere e di denaro. Ciò è accaduto fin dai tempi antichi della storia, a partire dai greci, compresi l’impero romano, i barbari e a seguire, da Carlo Magno a Napoleone, per finire con Mussolini, Hitler e Stalin. Si può ben affermare che le generazioni dei nostri nonni, nella loro gioventù, fino al 1945, hanno conosciuto, durante la loro esistenza, non solo la guerra come esperienza costante ed ordinaria ma, ancor peggio, l’accettazione del conflitto armato come dato ricorrente, inevitabile della vita europea.

Quella Dichiarazione, letta da Schuman ai tanti giornalisti presenti alle ore 17,00 dello stesso giorno in cui cinque anni prima era terminato il secondo conflitto mondiale, nella Sala dell’Orologio del Ministero degli esteri francese, sito al n. 37 del Quai d’Orsay, indicava non una strada, ma l’unico e praticabile percorso che gli Stati europei avrebbero potuto intraprendere per promuovere la pace, almeno dentro il contesto dei popoli che vi aderirono, e che da 71 anni ancora ai nostri giorni perdura, malgrado fuori dai confini la guerra è ancora esperienza abituale. La grande intuizione di Schuman e del suo consigliere economico, Jean Monnet, si basava sul fatto di far partire tutto il meccanismo comunitario, di stampo funzionalista (basato sulle comunità di settore), dall’abolizione del contrasto franco/tedesco, motivo, soprattutto per i loro confini bagnati dal Reno, di accaparramenti e battaglie ataviche che mai pace, per secoli, diedero ai popoli di quelle regioni: per la Francia l’Alsazia e la Lorena, per la Germania la Ruhr. Infatti questi popoli si son visti modificare più volte i loro confini, cambiando addirittura la loro nazionalità, come per gli Alsaziani, che dopo la creazione dell’Impero tedesco nel 1871, con la battaglia di Sedan (31 agosto e 2 settembre 1870), si trovarono nel dominio prussiano, che abbandonarono successivamente con la fine della prima guerra mondiale, nel 1918, ridivenendo francesi, per poi ritornare ad essere tedeschi nel 1940 e successivamente, ancora ma per l’ultima volta nel ’45, con la sconfitta della Germania, riacquistare definitivamente la loro nazionalità francese.

Il 9 maggio deve essere considerata, oggi, una data su cui riflettere, anche difronte ai vari euroscetticismi, rivalutando i valori di pace e solidarietà che, malgrado tutto, ci permettono, a noi appartenenti alle nuove generazioni, di non aver mai conosciuto la guerra. Per il prossimo 9 maggio è importante che i docenti possano diffondere i contenuti storici ed istituzionali del processo di unificazione europea, tra i loro studenti, soprattutto adesso che l’UE è diventato argomento di studio con l’Educazione civica, partendo dai quattro simboli dell’UE: l’inno alla gioia, la Festa del 9 maggio, il motto “Unità nella diversità” e la bandiera con lo sfondo azzurro e le 12 stelle, che non simboleggiano gli stati fondatori dell’UE, che furono sei (Francia, Germania, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo), ma i valori di unità, pace e solidarietà, mutuati dalle radici cristiane dell’Europa.

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