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Vita artificiale: ha ancora senso la distinzione tra natura e cultura?

Parla don Renzo Pegoraro, cancelliere della Pontifica Accademia per la vita: “Si ma dobbiamo confrontarci con progressi tecnologici e cambiamenti culturali che sfumano il confine tra natura e cultura. C’è ancora come cardine la base genetica, biologica, la sua modalità di funzionamento: elementi fondamentali per parlare di vita umana.”
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“Occorre passione per la vita, amore per la sua bellezza e il suo mistero, evitando un atteggiamento di sfruttamento e manipolazione”, secondo don Renzo Pegoraro, cancelliere della Pontificia Accademia per la vita, laurea in Medicina a Padova, docente di Bioetica presso la Facoltà teologica del Triveneto e direttore scientifico della Fondazione Lanza.


Ha ancora senso la distinzione tra ‘artificiale’ e ‘naturale’ oppure se non sia meglio considerare la cultura umana e la natura come espressione di una unica realtà interconnessa?


La distinzione natura e cultura ha ancora un senso, anche se dobbiamo confrontarci con progressi tecnologici e cambiamenti culturali che rendono complesso e sfumato il confine tra natura e cultura. Riconosciamo la base genetica della vita, biologica, la sua modalità di funzionamento: sono elementi fondamentali per parlare di vita umana. Ma la cultura e le modalità di relazione sono altrettanto importanti nel comprendere il significato della vita e lo spazio della libertà e della coscienza. Per cui siamo di fronte alla sfida di come intendere la natura e il suo significato in rapporto alla cultura e la loro evoluzione. C’è bisogno di proposte su come intendere questo rapporto.


Il concetto di ‘vita artificiale’ solleva interrogativi profondi sulla natura stessa dell’esistenza umana. Quali sono le implicazioni etiche più rilevanti di fronte alla creazione di forme di vita cosiddette non naturali?


Entriamo in terreni molto difficili da interpretare: come possiamo riconoscere ancora il valore del ‘naturale’ come elemento base, realtà di partenza? Cosa vuol dire poi natura quando parliamo della vita animale e vegetale, dell’ambiente e della biodiversità che la Chiesa chiama il Creato. Credo che oggi si avverta una maggiore attenzione e rispetto: si spera non sia solo per motivi di opportunità per cui è necessario conservare l’ambiente per evitare l’autodistruzione. Dall’altra parte è responsabilità etica definire il ruolo che l’umanità esprime in questo rapporto con la natura. Non si tratta solo di tutela e promozione, ma vuol dire interazione con l’ambiente. Le condizioni di vita sono segnate in modo irreversibile dalle conoscenze dell’uomo. Dobbiamo evitare di sacralizzare la natura da una parte e dall’altra occorre chiarire il ruolo dell’umanità. Occorre un esercizio di responsabilità, senza cadere in tentazioni di dominio assoluto, di sfruttamento e condizionamento. Dobbiamo capire e chiarire come curare la natura. Il potere umano oggi è molto più forte e incisivo, può modificare animali su basi genetiche con estrema rapidità. L’uomo così abolisce il tempo di adattamento: cosa significhi tutto questo dobbiamo ancora capirlo e occorre un dialogo interdisciplinare


Come valuta invece quegli interventi sul genoma dell’uomo volti a renderlo immune da malattie o evitare delle patologie croniche? Anche questo tipo di attività deve essere limitata o può prevalere la motivazione etica di “migliorare le condizioni di vita degli uomini”?


L’istanza etica deve prevalere negli interventi delle biotecnologie. Nella prospettiva della giustizia e del bene comune. Per cui è già maturata una discussione articolata sugli interventi di cura e prevenzione. Di fatto una biotecnologia è il vaccino come prevenzione da malattie difficilmente curabili. è un esempio certamente positivo. Possiamo fare delle terapie geniche, per curare delle malattie. Entriamo però nel campo della sperimentazione che in parte è già normata. Occorre un’attenta analisi dei rischi e dei benefici. C’è una terza applicazione: il potenziamento dell’uomo, maggiore resistenza e prestazioni fisiche. Questo significa andare oltre la condizione umana, e dare spazio a tentazioni di sviluppare funzioni che l’uomo non ha o possiede a livello limitato. Anche qui dobbiamo capire se ci sono dei benefici reali o dei vantaggi: quel che può essere positivo oggi potrebbe non esserlo domani. Inoltre, dobbiamo stare attenti e usare un principio di precauzione rispetto a sviluppi incontrollabili. C’è anche un problema di disuguaglianza e discriminazione: chi ha diritto e chi non lo ha ad essere ‘potenziato’”?


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La biotecnologia è la prevenzione da malattie difficilmente curabili. Possiamo fare delle terapie geniche per curare. Siamo però nel campo della sperimentazione che solo in parte è già normata. Occorre un’attenta analisi dei rischi e dei benefici.

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