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La “retorica democratica” rende l’uomo inutile/5 

Una società democratica ha caratteristiche proprie che la rendono esteriormente riconoscibile: la democrazia rappresentativa è, come sostiene la politologa Nadia Urbinati, un sistema “diarchico” fondato sulla volontà esercitata attraverso il “voto libero” e sulla “libertà di opinione”. Oggi questa democrazia sembra essersi ridotta ad una mera retorica in quanto non sembra più essere in grado di garantire attraverso i principi di uguaglianza, libertà e di pluralismo valoriale questa diarchia. Per cogliere il significato dell’attuale “retorica democratica”, mi sembra utile partire dall’evento, riportato nel saggio di Luciano Canfora, Critica alla retorica democratica, delle elezioni presidenziali USA del 2000 in cui venne eletto a presidente George Bush jr., nonostante, ci ricorda Canfora, «egli avesse perso le elezioni. A tal fine è stato impedito, attraverso un verdetto politicamente predeterminato della Corte Suprema degli Stati Uniti, il conteggio dei voti nello Stato della Florida, che – se ultimato e correttamente verificato – avrebbe segnato la sconfitta del candidato Bush». Se il voto dei cittadini e la loro opinione non conta, non solo non si ha una “vera” democrazia ma nemmeno una “democrazia minima”. Non a caso proprio negli Stati Uniti viene sostenuta “la teoria elitista della democrazia” la quale sostiene, come ci ricorda lo storico Moses I. Finley, che « la democrazia può funzionare e sopravvivere solo nelle forme di una oligarchia de facto di politici professionisti e burocrati». Questa “visione elitista” arriva ad affermare che nell’ambito delle decisioni politiche l’iniziativa popolare sia disastrosa e che “il governo del popolo, da parte del popolo e per il popolo” sia un’ingenuità ideologica. La conseguenza odierna di una tale visione è duplice: sul piano politico “apatia” e “ignoranza politica”, “indotta” anche dai mass media, sono trasformate in un “bene politico” motivo per cui le decisioni politiche non sono più il frutto del voto libero e della libertà di opinione del popolo ma esclusivamente dei leader politici. La conseguenza più grave si ha sul piano antropologico: secondo quanto riporta Platone in uno dei suoi primi dialoghi, il Protagora, l’essenza della teoria politica di Protagora era che “tutti gli uomini possiedono la politiké techne, “l’arte del giudizio politico” senza la quale non può darsi società civile. Tutti gli uomini sono uguali in quanto tutti hanno il “senso politico” e dunque tutti hanno il diritto di cittadinanza a “governare ed essere governati a turno”, ad “istruirsi e ammonirsi a vicenda”. Il cittadino deve dare e ricevere in un rapporto di reciprocità con i concittadini, ma anche con lo Stato “alla quale restituisce il dono-privilegio della cittadinanza” proprio attraverso quella partecipazione attiva esercitata col voto libero e con il suo senso civico, politico, espresso nella libertà di opinione. In democrazia “tutti gli uomini” e non solo “i cittadini” hanno il diritto di essere ascoltati e il dovere di parlare in quanto tutti gli uomini possiedono la politiké techne: l’attuale visione elitista della democrazia, invece, ha la grave conseguenza sul piano antropologico di vedere e rendere l’uomo “non politico di professione” incapace di fare politica e dunque, cosa più grave, “inutile”, atteggiamento passivo già stigmatizzato da Pericle nel IV secolo a.C. quando dice che «…degli affari della città…siamo i soli infatti a sostenere che chi non vi prende parte sia un uomo non già tranquillo, ma inutile», ma a cui l’uomo contemporaneo si vede oggi costretto. La democrazia, secondo Canfora, è “appassita” in quanto le élites, le lobby, le oligarchie economiche-finanziarie dominanti puntano ad esercitare il loro dominio attraverso le istituzioni rappresentative, il Parlamento innanzitutto che, attraverso quel ceto medio-alto che si può permettere di stare al Parlamento proprio grazie all’aiuto economico-politico di questi lobby, diminuisce sempre più la “legislazione sociale”, delibera in favore, in direzione degli interessi capitalistici e riduce l’uomo politico a “uomo inutile”. Cosa c’è di più grave per un cittadino, un padre di famiglia senza lavoro, un lavoratore senza diritti, un insegnante, uno studente, un malato, un migrante se non quello di “sentirsi inutile”? e quando ci si sente inutili e non ascoltati ci si sente in diritto e forse si ha il dovere di non seguire più le regole di una “retorica democratica” ma di “rifarle”, non per fare esplodere la struttura democratica ma per renderla giusta e garante di “una vita buona” per tutti perché la democrazia è, dovrebbe essere, “il funzionamento stesso della società buona”.

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