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Laicità, scuola e doppi standard: quando l’ideologia prende di mira la religione

Laicità Scuola

Un caso emerso di recente in una scuola superiore romana ha riaperto una questione che ciclicamente torna nel dibattito pubblico: il rapporto tra libertà di coscienza, ruolo educativo della scuola e rispetto delle convinzioni religiose degli studenti. La vicenda riguarda uno studente che, dopo aver manifestato apertamente la propria fede cattolica, si sarebbe trovato esposto a un clima di delegittimazione e di isolamento, fino a vedere messa in discussione la propria valutazione scolastica.


Se i fatti saranno confermati, non ci troveremmo davanti a una semplice controversia didattica, ma a qualcosa di molto più serio: l’uso distorto dell’autorità educativa per colpire un’identità personale. Un errore pedagogico profondo e, al tempo stesso, un problema giuridico e culturale. Perché la scuola, luogo per definizione chiamato a educare alla libertà, non può trasformarsi in uno spazio in cui una convinzione religiosa diventa motivo di sospetto o di esposizione forzata.


È qui che il tema smette di essere episodico e diventa strutturale. E riguarda da vicino anche il clima culturale alimentato, da anni, da chi considera la religione – e in particolare l’insegnamento della religione cattolica – un corpo estraneo alla scuola pubblica. Tra questi, l’UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti) svolge un ruolo tutt’altro che marginale.


Ogni anno, puntualmente, l’UAAR torna a occupare le pagine dei giornali e dei social con campagne che non si limitano a esprimere una posizione legittima di critica, ma mirano apertamente a delegittimare l’Insegnamento della Religione Cattolica, dipingendolo come un residuo del passato, un ostacolo alla modernità, talvolta persino come un problema per la scuola democratica. Il tutto accompagnato da una narrazione selettiva e ideologica, che ignora sistematicamente la complessità del contesto educativo e il vissuto reale delle comunità scolastiche.


Il paradosso è evidente. Gli stessi che si ergono a paladini della libertà di pensiero sembrano tollerare con sorprendente leggerezza atteggiamenti di intolleranza quando a essere colpita è una convinzione religiosa. La laicità, in questa visione, smette di essere garanzia per tutti e diventa uno strumento di esclusione: non più spazio neutro di incontro, ma clava culturale contro chi non si adegua a un certo schema ideologico.


La scuola, però, non è il laboratorio di un’idea astratta di società. È un luogo abitato da persone in carne e ossa, con storie, identità, domande di senso. Ed è proprio per questo che la dimensione religiosa non può essere espulsa o ridicolizzata senza produrre danni. Chiedere a uno studente di “giustificare” la propria fede, trasformarla in oggetto di sospetto o di ironia, significa violare quella libertà di coscienza che dovrebbe essere il fondamento di ogni educazione autentica.


L’Insegnamento della Religione Cattolica si colloca esattamente su questo crinale delicato: non come spazio confessionale chiuso, ma come luogo educativo in cui la tradizione cristiana viene proposta come chiave di lettura culturale, storica e antropologica, in dialogo con altre visioni del mondo. Un insegnamento che, proprio perché inserito nella scuola pubblica, è sottoposto a regole, finalità e criteri che nulla hanno a che fare con l’indottrinamento e molto con la formazione integrale della persona.


Il caso recente che ha acceso il dibattito dovrebbe allora essere letto come un campanello d’allarme. Non contro la religione a scuola, ma contro una deriva culturale che confonde laicità con ostilità, spirito critico con derisione, libertà con uniformità. Una deriva che trova terreno fertile quando si legittima, anche indirettamente, l’idea che credere sia qualcosa da giustificare, da spiegare, da tenere sotto controllo.


La scuola italiana ha bisogno di adulti responsabili, non di crociati ideologici. Ha bisogno di docenti capaci di accompagnare, non di smascherare. E ha bisogno di un confronto serio, non di campagne ricorrenti costruite per dividere.


A chi, come l’UAAR, ama presentarsi come difensore della razionalità, si può solo rivolgere un invito: provare a esercitare fino in fondo quella stessa onestà intellettuale che si pretende dagli altri. Perché una scuola davvero laica non è quella che mette all’angolo la religione, ma quella che insegna a rispettarla, discuterla e comprenderla senza paura.


Ed è esattamente questa la scuola che vale la pena difendere

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